venerdì 31 gennaio 2014

Da Gino Severini a Duke Ellington


A Napoli l'altro giorno per rispondere alla domanda "Come,  attraverso la progettazione sociale, si impara a conoscere e presidiare i bisogni con competenza e professionalità?sono partita da  qui, avrei voluto partire da qui. Ma non importa. Ognuno può pensare al quadro che vuole. Il punto è che noi pensiamo ai progetti nel modo sbagliato. Noi pensiamo ai progetti in termini di formulari, bandi, scadenze, dati, soldi...

Come se pensassimo che Gino Severini per fare questo quadro è partito dicendo "Ora faccio un quadro con il 30% di rosso, il 25% di blu, il 40% di verde…" oppure "Ora faccio un quadro con 375 linee curve, 4 linee rette…" o cose del genere. Ora, io i numeri li ho messi a caso. Ma pure se fossero stati giusti e precisi io non credo che il quadro sia nato da lì.  

Non credo nemmeno che il quadro sia solo improvvisazione. Nè credo che non conti niente la tecnica. Un quadro è arte: intuizione e tecnica, visione e capacità, idea e "mano". E un quadro è sempre frutto di contaminazione con altri artisti, ed è sempre inserito in un continuum di ricerca tra i quadri precedenti e quelli successivi.  

Ecco, io penso che per i progetti sia la stessa cosa. Se vogliamo che i progetti non siano i fogli di carta su cui sono scritti (che sono solo sottilissimi spessori appoggiati sopra la realtà) ma che siano qualcosa di solido e di concreto, che la realtà la attraversa e la modifica (facendosi modificare). 

Ma allora, se i progetti non si basano sulla tecnica, su cosa si basano? Beh, qui ho detto un po' le cose che ho detto a Brescia, Visione, bisogni, idea, rapporto con il tempo, rapporto con lo spazio… 

E poi per parlare di "Quale è l'impegno sociale delle Acli sia nella sua dimensione nazionale che nella dimensione dei circoli" ho usato due minuti di questo.   

Nell'orchestra classica la partitura è già perfettamente scritta da qualcun altro. Il direttore decide come suonare. La bravura dei musicisti sta nell'eseguire perfettamente ciò che è scritto, seguendo le indicazioni del direttore. Ed ogni esecuzione è (quasi) uguale alle precedenti. 

In un'orchestra jazz musicisti usano la propria abilità tecnica, ma anche la propria intuizione e l'improvvisazione e la propria arte. Eppure non ne nasce il caos, non ne nascono neppure tanti pezzi singoli, ne esce un insieme che ha un senso complessivo. E come fanno? Intanto sono tutti abili musicisti (si sono allenati, anche da soli, tecnicamente), poi hanno fatto esperienza (cioè si sono sperimentati, anche con altri), conoscono gli standard (ossia dei pezzi che con il tempo sono diventati dei classici, come dire… conoscono i fondamentali, hanno le basi), si accordano tra loro prima di suonare (si danno delle regole), hanno un leader chiaro, mentre suonano si guardano, si fanno segni con gli sguardi (cioè si "ascoltano" e si "parlano"). E infine anche se a volte competono e si sfidano, si rispettano. Gli assoli dei singoli si alternano, non si contrastano. E mentre c'è l'assolo di uno, l'obiettivo degli altri è valorizzarlo. 

Ecco, io l'impegno sociale delle Acli lo immagino un po' così. Una linea di fondo chiara, una visione unica e comune. E poi tanti modi specifici di interpretarla. Che cambiano a seconda del territorio, dei bisogni, delle competenze, delle reti… Ma accordandosi su regole comuni, rispettandosi e valorizzandosi reciprocamente, facendo in modo che quando scatta una competizione questa arricchisca il concerto e non lo interrompa.