mercoledì 12 ottobre 2016

Tre sfide per una Chiesa popolare oggi

di Stella Morra | 12 ottobre 2016 su www.vinonuovo.it 

Da un intervento tenuto alle Acli qualche settimana fa dalla teologa Stella Morra alcuni spunti di riflessione sul popolo di Dio nel contesto attuale della Chiesa italiana

Lo scorso 16 e 17 settembre le Acli hanno tenuto a Roma il loro incontro nazionale di studi dedicato quest'anno al tema «Passione popolare». Nello sguardo a 360 gradi a questo aggettivo così importante per la nostra storia alla teologa Stella Morra è stato affidato il tema «Chiesa popolare». L'intervento - molto interessante nella sua rilettura dei concetti di "popolo", "popolare" e "popolo di Dio", con la sottolineatura del ruolo insostituibile dei laici nella "verificazione", cioè nel confronto con la vita concreta di tutti i giorni, delle verità della fede che la Chiesa professa - si può ascoltare integralmente in questo video.
Quella che proponiamo qui sotto - in una nostra sbobinatura non rivista dall'autrice e con neretti inseriti da noi per aiutare la lettura - è la parte finale della riflessione, nella quale Stella Morra propone tre sfide per la Chiesa italiana oggi, che ci sembra interessante proporre alla riflessione di tutti.
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Sono tre le sfide che, dal punto di vista teologico, a me sembrano principali, qui ed ora, in Italia in termini di comprensione e di esame critico delle pratiche della nostra vita di Chiesa.

La prima: la ridefinizione della relazione tra individuale e soggettivo comune.
Un esempio concretissimo Francesco ha provato a proporlo attorno al Sinodo della famiglia, cambiando l'equilibrio tra norma morale e discernimento, creando uno spostamento. La norma morale accentua un «comune astratto». E il comune astratto - che comunque tutti pensano sia inapplicabile, gestito soggettivamente da ognuno in modo proprio, facendo finta che non sia inapplicabile, in un grande sistema di menzogne - è un tipo di equilibrio tra soggettivo e comune. Francesco dice: rompiamo il sistema della menzogna, introduciamo la categoria del discernimento. Il discernimento è più forte della norma. Ciò che deve essere comune è il discernimento. La Parola, non la menzogna. Non è un caso che mezza Chiesa istituzionale gli si sia rivoltata contro. Ma io penso che qui - non solo nelle pratiche del rapporto tra norma e discernimento, ma anche nelle mille pratiche quotidiane - dobbiamo pensare alla relazione tra individuale soggettivo e comune.

La seconda: la rottura del privilegio contenutistico dell'identità evangelica.
La questione non è «cosa», ma «come». La misericordia è più importante della dottrina. Ma attenzione! Se capite la misericordia come un capitolo della dottrina, non avete capito niente. Quello che Francesco dice è: prima si cura l'emorragia, la Chiesa è un ospedale da campo, eccetera eccetera... poi discutiamo della glicemia. Cioè: prima uno «stile» di misericordia, poi discutiamo sulla dottrina.
Tipico esempio di questo, nel caso ecclesiale, è la tensione tra il «dentro» e il «fuori». Anche qui: «dentro» dove e «fuori» dove? Nel senso che, chi di noi - pur funzionario ecclesiale (nel senso di operatore pastorale, animatore, eccetera) - si sente totalmente dentro? In quanto funzionari ci sentiamo dentro alla Chiesa, poi ci sentiamo fuori tutte le volte che andiamo a Messa e ci becchiamo un parroco che fa 25 minuti di omelia offensiva, e diciamo: «Ma non si può andare avanti così! Questi preti come fanno? Ma non si rendono conto?». Nessuno è più «dentro» e nessuno è più «fuori».
A tale proposito sono molte le questioni poste dagli Stati con muri e confini... Francesco ci dice che il problema non sono i confini, ma le periferie. Non so se avete mai accoppiato i due termini. Ragionateci un attimo! Stanno nello stesso luogo, ma sono due cose diverse. I confini sono puntuali, c'è un'autorità che decide chi passa e chi non passa, perché sì, perché no... Le periferie sono luoghi porosi, non sono puntuali, non si sa bene dove cominciano e dove finiscono, nessuno stabilisce chi ci va dentro o no, il desiderio delle persone di uscirne o di arrivarci. Funziona in un altro modo. Francesco ci invita a pensare «periferie» e non «confini». Ognuno di noi abita alla periferia della Chiesa.

La terza: riscrittura delle forme che consentono la «verificazione» 
Questo è il problema forse più complesso, ma più importante. Abbiamo bisogno di nuove forme di Chiesa. In fondo non è cambiato praticamente nulla, nella «forma» della Chiesa, dalla riforma gregoriana (XI secolo). È una Chiesa fondata sulla stabilità geografica, sullo spazio, sulla durata «impersonale» e sulla divisione tra sacro e profano. Praticamente nessuno di noi nella «propria giornata» sta nella stessa parrocchia - nella «propria giornata», non nella «propria vita», come mia nonna che è nata, è cresciuta, ha fatto la cresima, si è sposata, ha battezzato i figli, è morta ed è stata sepolta nella stessa parrocchia. Come minimo, abitiamo in una parrocchia e lavoriamo in un'altra! Qui c'è un grosso problema.
Chiudo con un riferimento alla poesia, perché è una questione di stile e perché viene prima l'immaginazione, l'evocazione, la creatività, dell'esattezza dei concetti.
Credo che come Chiesa la sfida di fronte a cui siamo posti, dopo essere stati a lungo la "piazza" del villaggio, sia quella di smettere di essere piazze e diventare invece - come dice un verso di Patrizia Cavalli - «molta ariosa tenerezza, una fretta pietosa che muova e che confonda». Come continua a dire Francesco, siamo chiamati ad essere qualcuno capace di far partire, senza ipotecare il viaggio, perché poi «non si ritorna». Questo si chiama «prevalenza escatologica» del cristianesimo. Non dobbiamo tornare al Paradiso terrestre (e magari prima del peccato originale), perché così sarebbe tutto più semplice. Dobbiamo andare verso la Parusia, quando Dio sarà tutto in tutti, con in più, rispetto al Paradiso terrestre, la ricchezza della storia degli uomini e delle donne.
La Bibbia comincia con un giardino, che per gli antichi è l'immagine della natura, ma finisce con una città. L'ultima parola della Bibbia è la Gerusalemme celeste. E la città per gli antichi è l'immagine della cultura. Nella Gerusalemme celeste ci sono i due fiumi, i due alberi ... c'è tutto quello che c'era nel giardino, ma in più c'è molto altro. C'è molto altro che non è indispensabile. Dio ci ha dato tutto l'indispensabile mentre gli uomini, secondo la descrizione della Gerusalemme celeste, hanno aggiunto pietre preziose sulle porte (che non si mangiano), i dipinti... L'inutile e il bello.

Il nostro compito è di andare verso la Gerusalemme celeste, per tutti gli uomini e le donne oggi.