venerdì 2 dicembre 2016

Art. 1 Una Repubblica (ri)fondata sul lavoro?




Riflessione a margine del convegno "Un grande compito. L'attualità di Achille Grandi"

Ragionare di Grandi, a pochi giorni dal referendum, Acli e sindacati assieme, in un momento di ripresa della contrattazione. Non è fare memoria. E' parlare di democrazia, costituzione, convivenza e lavoro. E di come questi termini si intreccino tra loro. 


"Oggi come allora, siamo in un momento di crisi delle democrazia" ha detto Roberto Rossini. "C'è bisogno, oggi come allora, di una grande opera di ricostruzione. Ma come si ricostruisce quando (per fortuna) non si esce da una guerra?" 

"L'Italia aveva avuto una posizione difficile nella seconda guerra mondiale. Eppure, a differenza di Germania e Giappone, noi potemmo scrivere da soli la nostra Costituzione. E nella Costituzione scrivemmo di una Repubblica fondata sul lavoro. Entrambe le cose, non solo la seconda, furono merito di gente come Grandi. Di un mondo del lavoro che si era mobilitato". Ha evidenziato Carlo Ghezzi della CGIL. 

Achille Grandi, tra difesa dell'identità e ricerca della convergenza. E' il profilo descritto da Romagnoli. Achille Grandi, antifascista, autonomo, laico. In grado di fare scelte coraggiose e pagarne le conseguenze. Lui, uomo del lavoro, che si trova disoccupato e torna a fare il tipografo. E' l'aspetto sottolineato da Pepe.  

La sfida, per l'Italia del dopoguerra, era la convivenza. Serviva trovare l'elemento in grado di fare da collante di coesione. Fu rifiutata la razza, la nazionalità e pure la condivisione di orizzonti politici e culturali. per uscire dalla guerra la convivenza non poteva che essere più ampia. L'idea fu la centralità del lavoro e l'unità dei lavoratori.  

La sfida, per l'Italia di oggi, è ancora la convivenza. Qual è l'elemento in grado di fare oggi da collante di coesione? Oggi sono cambiati gli oggetti di lavoro, sono cambiati i mestieri, ha ricordato Roberto Rossini, domandando "Come possiamo rappresentarli?". 

In risposta a questa domanda, mi viene una suggestione. Oggi le forme organizzative del lavoro rendono ambigui e confusi i confini tra lavoratore subordinato e autonomo. E le forme di rappresentanza collettiva, oltre che per autoreferenzialità e frammentazione, sono oggi in crisi per l'errore di continuare a considerare "lavoratori" solo i primi. I nuovi lavoratori in questo modo non sono sono espropriati di una serie di tutele. Sono espropriati anche di una controparte cui potersi contrapporre, di una collettività di cui fare parte e di una identità specifica in cui potersi riconoscere.  

La riflessione è del tutto aperta, d’altra parte il convegno apre, non chiude, una fase di ricerca. Ma la domanda di fondo è chiara: quale è il grande compito che impariamo da Achille Grandi e ci serve oggi? 

La strategia di fondo di allora fu superare quelli che sembravano muri invalicabili: riconciliare la Chiesa con il mondo del lavoro, scrivere una costituzione tra famiglie di visioni differentissime. Chiesa, sindacato, organizzazioni sociali, politica. C’era una strategia comune che teneva assieme le visioni. 

Oggi la sfida potrebbe essere quella di rimettere al centro il mondo del lavoro. Non “i lavoratori” contrapposti ai “padroni”. Ma una grande alleanza del mondo del lavoro, della produzione, contrapposta al mondo della rendita, dello sfruttamento. Il lavoro è forma di partecipazione, di realizzazione, di compartecipazione alla creazione. La rendita è sfruttamento di ciò che altri fanno e producono, senza metterci nulla di proprio. 

Rifondare il Paese sul lavoro non significa rivendicare diritti astratti. Significa pensare che un popolo si ricostruisce con un’idea di Paese in cui ciascuno possa partecipare e fare la propria parte.


Video dell'incontro pubblicato sul sito di Radio Radicale