venerdì 16 dicembre 2016

L'apparecchio.



“Certe volte mi pare di correggere in lui difetti miei”.
Ha detto la mamma di E. l’altro giorno.
Ed è un po’ così.
Essere genitori non è solo mettersi in dialogo con un altro, è anche rimettersi in dialogo con sé stessi.
E fare la fatica di cercare di restare vigili, per non fare sovrapposizioni tra noi e loro.
I nonni da piccoli si tenevano mal di denti e denti storti. Il primo era un problema, ma ci si conviveva o si toglieva (“via il dente, via il dolore”). Il secondo non era nemmeno un problema, era una fatalità, come nascere biondi o con gli occhi azzurri.
Noi alle elementari fummo tutti spediti dall’odontotecnico della mutua.
Il mio era pure simpatico. Mi interrogava sui 7 re di Roma. Però mi regalò anni di tira e molla e contrattazioni infinite con mia madre.
E quella specie di ragnetto rosa nella scatolina azzurrino tenue non riuscì ad addrizzarmi i denti. O meglio, ci riuscì, ma poi si ristortarono.
E anni dopo, da “quasi grande”, ritentammo, senza troppa convinzione e senza risultati.
La storiografia famigliare narra di una mia firma su un documento che solleva mia madre da ogni responsabilità futura di fronte alla mia scelta irremovibile di mollare l’impresa.
Mio fratello, qualche anno dopo, la prima settimana fu praticamente a dieta. Oggi ha i denti dritti e non si saprà mai se il merito fu dell’apparecchio, che era fisso, o del carattere, che era morbido.

Fatto sta che oggi il tema torna di attualità.
E avere una esperienza non positiva da figlia non mi aiuta a fare bene la madre.
Non ho un problema con i miei denti storti. Ormai quella sono io.
Ho un problema con gli investimenti (tempo, energia, risorse) che non portano frutto.
L’apparecchio è forse stato il primo. Sono passati trent’anni e passa anni e ancora non sono riuscita a dargli un senso…

P. ha 8 anni e mezzo, sabato ha messo l’apparecchio. Sopra e sotto, fisso e mobile.
“È un paziente ideale”
ha detto l’odontotecnico.
Ed è vero. In questioni sanitarie è ragionevole e collaborativo.
“Fin troppo” è venuto da pensare a me.
“È incosciente! Non sa che gli faranno male le gengive, e sarà tutto indolenzito…Non sa che durerà una vita…Non sa che potrebbe essere tutto inutile!”.
Venerdì mi sono trattenuta dal dirgli:
“Fatti l’ultima mangiata in pace, che poi quando ti ricapita!”.
Ma mi sono lasciata scappare un:
“Non lo so se sabato pomeriggio avrai voglia di andare alla festa di G. subito dopo aver messo l’apparecchio”.

Ma lui non è incosciente. Lui non è me. Io sono in difficoltà a pensare di dover convivere (di nuovo) con l’apparecchio per anni, non lui.
Lui è andato alla festa, si è rapportato senza problemi con gli altri, con il gioco e con il cibo. Evitando da solo patatine e panini imbottiti, facendo fuori con soddisfazione due fette di torta alla panna, mangiando con attenzione e lentezza due singoli pop corn, che lo attiravano troppo da pensare di rinunciare.

“Pensi che se parlo un po’ male poi scrivo anche un po’ male?” 
È stato l’unico dubbio espresso.
“Tra un anno, quando lo tolgo, quel giorno stesso mi mangio una busta di pop corn intera”.
È stata la massima aspirazione.

A volte essere genitori non vuol dire fare grandi interventi pedagogici.
A volte serve riconoscere che siamo noi quelli in difficoltà e che sono loro che educano noi.
L’obiettivo diventa lasciarli fare e non essere troppo di ostacolo.
E se riusciamo, provare a crescere insieme.

E oggi, in vista della scuola, l’unica cosa che ha chiesto è di scrivere un avviso sul diario per le maestre. Che sappiano che c’è di mezzo questa novità, lo lascino andare in bagno se gli serve, non lo pressino per mangiare cose che non riesce.  Ma possono interrogarlo e chiedere i compiti, ovviamente, ha voluto specificare.

Poi magari finirà che più avanti perde il pezzo di sotto (come perde in continuazione penne, colori, gomme, persino libri…). Speriamo di no (che costa) ma su quello posso almeno fare un po’ di sano terrorismo preventivo, articolare sistemi di premi e punizioni…insomma, fare la mamma in santa pace!

post pubblicato in #dettotranoi su www.faccioquellocheposso.org