lunedì 1 maggio 2017

Il primo maggio di quest'anno...


- Non va bene, non è lavoro vero!  -  E' lavoro! Faccio fatica, porto a casa dei soldi. Cos'è il lavoro se non questo per te?
- Non puoi andare, devi lasciarlo, è lavoro nero! - Che vuol dire nero? E' l'unico lavoro che c'è per me.  
Tu hai un lavoro da darmi? No? Allora non mi servi a niente! E se non hai capito questo, non hai capito niente di perché sono qui!

Il lavoro è l'oggetto di speranza principale per i ragazzi che arrivano da altrove. Più della casa, della famiglia, dei diritti, della comunità, della sicurezza, della felicità. Il lavoro è il motore del loro movimento.

Il lavoro è anche l'oggetto di conflitto principale con la comunità in cui dovrebbero integrarsi. Si disprezza la scuola perché non se ne vede l'utilità immediata per il lavoro. Si sfuggono regole ed orari per consegnare verdura al mercato, per scaricare bancali, per lavare o distruggere macchine. Per lavorare. 

E’ solo per i soldi, dice qualcuno. 
E’ per non sentirsi dei falliti, dice qualcun altro. 

Fatica. Realizzazione.
Remunerazione. Identità. 

Ma, cosa può impedire che l'autolavaggio sia il primo gradino della scala verso lo spaccio? 

Esiste un gruppo che parla la tua lingua, viene dal tuo paese e ti offre un lavoro. Un lavoro sfruttato, irregolare, senza diritti e a volte anche palesemente dannoso ed illegale. Ma è un lavoro. Ed è per te. Si può competere con quell'offerta? Possono farlo operatori sociali che vivono ai margini e fanno fatica a sbarcare il lunario e contro cui la società getta discredito e sfiducia? 

Possiamo farlo noi, come Paese, che poniamo ad obiettivo astratto l'integrazione, fissando regole che tengono solo (e nemmeno sempre) sul piano formale, spendendo soldi (nemmeno pochi) per offrire casa, accudimento, assistenza, scuola, formazione, ma non lavoro? Cioè l'unica cosa per cui sono venuti. Cioè l'unica cosa che permette integrazione? 

Si, ma sono loro che devono integrarsi nel nostro sistema. 
Ma l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. 
Lo dice la nostra Costituzione, non la loro, o no?

E poi finisce che loro si integrano, in casa nostra, ma non con noi. 

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Ci sono forme contrattuali, sempre più diffuse, in cui c'è una separazione del rapporto diretto tra impegno e remunerazione. Prima inizi, poi firmi il contratto. Prima ti impegni, poi comprendi quanto valore viene dato al tuo lavoro. Anzi no, non è la retribuzione ciò che dice il valore del lavoro, o si?

Ci sono forme contrattuali, sempre più frequenti, in cui non hai né datori di lavoro e né compagni di lavoro. E sparisce un po' anche l'identità stessa di lavoratore. Che il lavoratore è quella cosa lì. Quello che ha qualcuno contro cui manifestare. O di fronte cui sedersi al tavolo a negoziare. Lavoratore è chi ha qualcuno con cui  l'unione fa la forza. Un lavoratore autonomo, un commerciante, un professionista invece è da solo. E non è un vero lavoratore, o no?

Dici, il lavoro deve essere giusto, deve essere dignitoso. Ci vogliono i diritti. Ok, ma se il tuo datore di lavoro sei tu, a chi chiedi di rispettare i diritti? Orario di lavoro, sicurezza, malattia, ferie, stabilità, pensione... Al massimo (se sei bravo e fortunato) puoi avere un mercato favorevole e non in crisi. Puoi avere committenti che ti vengono incontro. Ma è concessione, o fortuna, o capacità, non diritto. Al massimo (se sei bravo e fortunato) puoi cercare di monetizzare l'assenza di diritti. Individualmente. Ma la monetizzazione (dell'assenza) dei diritti è l'inizio della fine, o no?

Ci stupiamo se ragazzi in voucher non danno il preavviso. Ci aspettiamo la stessa appartenenza e dedizione dal dipendente a tempo indeterminato e dalla partita iva, dal socio della cooperativa e dalla sostituzione di maternità. Ad entrambi chiediamo, nella stessa maniera, straordinari e flessibilità. Così come chiediamo al cassaintegrato di non guardarsi attorno.E non capiamo come colleghi con stipendi e stabilità abissalmente diverse non riescano a collaborare. Il lavoratore che porta una rivendicazione economica è sempre uno che "non ci crede", anche se la rivendicazione è solo al pagamento dello stipendio a fine mese. Non è cattiveria. Non è nemmeno una scelta volontaria. Spesso non è nemmeno consapevole. E' solo l'ennesima forma in cui usiamo schemi che non corrispondono più alla realtà. Perchè le forme sono cambiate, ma nella nostra testa il lavoratore è ancora quello di allora. 

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E poi... l'ho alzata anch'io la mano per approvare il piano di esuberi che procurerà che qualcuno vada a casa. Non è senso di colpa, non credo ci fosse alternativa, ma il cuore resta pesante e i pensieri restano aggrovigliati. 

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Mai come oggi ci si rende conto che le persone vivono stati di disagio, si ammalano, a causa della crisi che scarica i suoi effetti sui contesti locali. La sofferenza è sempre più urbana. Cioè nasce dalla precarietà dei contesti prima ancora che dalla fragilità dei singoli. “Sofferenza urbana” è un’espressione che svela l’intreccio tra crisi dei singoli e crisi della società. Un intreccio indissolubile anche se spesso invisibile”. 

Sarà per questo che sempre più spesso penso che il cambiamento passi dalla ricostruzione collettiva di una diversa normalità. Diversi luoghi e modi di vivere e di abitare. Diverse città.