giovedì 29 giugno 2017

Chiudere i porti....



Soccorso. Prima accoglienza. Seconda Accoglienza/Integrazione.
Sono fasi differenti.

Soccorso.
Se arrivano via mare, sarà sempre dove c'è quel mare.
Il soccorso non è distribuibile geograficamente in modo equo.
Il soccorso si fa dove c'è bisogno.


Seconda accoglienza e integrazione.
Possono essere fatte ovunque.
Quindi dopo una prima accoglienza le persone possono essere collocate anche altrove.
In modo equo e funzionale a tutti.

Quindi, la geografia non è discutibile.
Ma nemmeno la logica.
Si può fare diversamente.
Se si vuole fare diversamente.

Quale è una soluzione politica razionale?
Modificare il regolamento Dublino 3 e prevedere una reale redistribuzione delle persone in arrivo in Italia e Grecia in tutta Europa. Prevedere che l'esame della domanda di protezione avvenga nel paese di primo arrivo è un evidente scaricamento dell'Europa a Italia e Grecia.

Quale è una soluzione politica anche più lungimirante?
Diffondere in tutta Europa l'esperienza dei corridoi umanitari. Cioè creare le condizioni per cui la valutazione della domanda di protezione avviene prima della partenza, ma in modo accompagnato, la gente viaggi in aereo e atterri direttamente nei luoghi di tutta Europa.

Cosa vuol dire chiudere i porti?
Non è un gesto che forza l'Europa a fare l'Europa.
Non vuol dire fare la voce grossa per obbligare "il nord" a farsi carico maggiormente.
Vuol dire accettare di essere gli ultimi della classe in Europa. E, pietendo di essere considerati, assumersi di fare il mestiere sporco, creare l'occasione di continuare l'opera di esternalizzazione dell'accoglienza.

Chiudiamo i porti italiani. Così (dopo una prima fase caotica) potremo dire che il primo porto sicuro è l'Egitto o la Libia...

Se poi non è sicuro, pazienza, tanto lontano dagli occhi lontano dal cuore, no?