domenica 16 luglio 2017

13. Non basta il sapere professionale tradizionalmente inteso - Walter Tarchini

Il sociale è intriso di dimensioni tragiche. il tema grosso è come stare in rapporto con le dimensioni tragiche della vita. Possiamo rapportarci con l’illusione della bonifica o fare i conti con la capacità di restare in contatto, di attivare comprensione, di trovare modo di interagire. Che restare in relazione e non salvare è ciò cui siamo chiamati nella vita. 

E’ anche piacevole, nella misura in cui la scoperta ti aiuta a stare meglio in relazione con le cose. La dimensione sociale valorizza poco la dimensione della scoperta, focalizza tutto sempre sulla trasformazione. Non è che dobbiamo dirci che non basta il sapere professionale. Ma non basta il sapere professionale tradizionalmente inteso. La malattia di Alzheimer non è affrontabile con le logiche della medicina tradizionale. Con l'idea di intervento medico sulle malattie. E’ una dimensione della vita delle persone che non chiede "come guarire", chiede di comprendere quale è il benessere che la persona può sperimentare nella sua situazione. 

Il tema degli interventi è creare condizioni di vita che siano attenti alle dimensioni che la persona incontra. In senso profondo c’è una attenzione alle dimensione della cura. Come accompagnamento e come creazione di contesti relazionali. Quali sono gli aspetti di organizzazione che permettono ad una organizzazione di evolvere qualitativamente. C’è l’organizzazione hard (presenze, turni, tempi…) poi c’è una dimensione fine dell’organizzazione. Su questa seconda non si lavora molto.

Si è lavorato con 2 istituti diversi. Uno che oggi si trova a lavorare con Alzheimer ma come esito di una storia di un istituto religioso che ha sempre lavorato con la disabilità. L’altro con una scelta ed una esperienza specifica su questo. 

Non è possibile sviluppare conoscenza da fuori. Non è possibile farlo con prescrizioni di modalità di fare. L'importante è entrare in relazione con l’esperienza di cura delle persone per capire quali erano le dimensioni che entravano in gioco per dare qualità della cura. Non basta la formazione. Non basta la ricerca esterna. Non basta rinforzare teoricamente i metodi. Occorre una dimensione più comprendente. Occorre una cooperazione conoscitiva tra diversi soggetti. Interni ed esterni. Diverse professioni, diverse posizioni, famigliari. Che utilizzi modalità di ricerca che valorizzano la dimensione della scoperta, della risonanza emotiva… intervista focalizzate, focus group, osservazione partecipante… modalità di ricerca che non erano fatte dai ricercatori. Ma portate avanti assieme da ricercatori e personale. La vicinanza al problema poteva far cogliere. L’opposto dell’approccio positivista secondo il quale la lontananza permette di capire. E’ l’implicazione che permette di leggere. Ma il coinvolgimento con chi è fuori permette di aprire sguardi. 

Durata 20 mesi. Un anno per cercare di sviluppare l’interazione con la realtà finalizzata a produrre di volta in volta comprensioni. Poi altri 6-8 mesi per accompagnare alcune restituzioni in modo cooperativo con le persone interne e costruire ciò che è stato un evento pubblico di proposizione delle comprensioni sviluppate nella ricerca. Adesso si apre il percorso di dire come facciamo a socializzare gli esiti. Il tutto preceduto da 1 anno preparatorio per arrivare a comprendere il problema su cui si voleva andare e affidarsi ad un metodo diverso per organizzazioni che sono sanitarie. Il problema era capire che non si trattava solo di fare formazione. Le persone sanno ma non interiorizzano i significati. Il tema della gentle care non corrisponde al mettere oggetti di casa. Non è che le pareti colorate fanno orientamento. Le pareti colorate sono un supporto all’orientamento. Capire come le persone interiorizzassero di più. 

I rapporti di cura sono sempre sociali. L’interazione di cura non è il medico sul lettino con il paziente e l’infermiere. Sono gruppi che interagiscono. La cultura di queste organizzazioni sulla cura. Dove l’apprendimento sull’esperienza non è automatico. Apprendimento è super formalizzato. Un approfondimentoo non sostenutoo da cose formalizzate non è riconosciuto come apprendimento. Apprendimento come stare nell’azione. Visione dell’esperienza come pratica. Artigianalità. Quotidianità intrisa di impliciti. Il bravo educatore è un artigiano. 

Di-simmetrie fisse. Nelle relazioni tra le diverse forme di conoscenza ci sono di-simmetrie che sono fisse. Tra i saperi ci sono saperi in gerarchie diverse. Ognuno definisce le premesse di azione di altri. Quindi ci sono saperi gerarchici che restringono. Noi proponevamo forme più cooperative di saperi. Di-simmetrie più mobili. il sapere dell’altro non è subordinato alle mie premesse. Questo va sperimentato. 

Saperi esclusi di fatto. Interessante che nelle dinamiche organizzative il sapere degli operatori assistenziali non è incluso. Nelle riunioni non c’è mai un pensiero su come tenere dentro gli ASA e gi OSS. Hanno i turni, non possono venire. Proprio perchè ha i turni e non può partecipare devo domandarmi come fare per tenere dentro il suo sapere. Il linguaggio ha anche dimensioni profonde. 

Domanda di strumenti concreti. Poca attitudine a considerare la comprensione uno strumento di intervento. Lo strumento è sempre qualcosa di materiale che ti consente di dominare la realtà. Quando si chiedono solo strumenti il vissuto è che lo strumento domina la realtà. Lo strumento serve, ma deve essere sentito, costruito ad hoc. Se no non serve. 

Ma se noi intuiamo delle cose, la direzione vorrà poi cambiare? Il cambiamento è sempre visto come promosso dall’alto verso il basso, mentre esistono sempre azioni reali che le persone possono agire in modo diverso, nella misura in cui avviano comprensioni diverse. Empowerment è anche questo. comprensione sociale consente fiducia e auto-riconoscimenti e riconoscimenti. Da qui il lavoro che ha messo a fuoco 3 questioni: 
  • abbiamo scoperto cose che non sapevamo. Scoperta delle mappe mentali in cui si muovono gli operatori quando agiscono in situazione. Microdàecisioni che avvengono sulla scena della cura. La cura sono situazioni in cui gli operatori mettono in campo micro-decisioni. Il mondo delle micro-decisioni è interessante da comprendere per costruire una mappa che consenta di capire anche ai ruoli di sostegno (coordinatori). 
  • la famiglia non è quella che delega e abbandona. La famiglia è un soggetto della cura. Lo è perchè ti condiziona. Lo è nelle attese. Capire il senso di riconoscere la famiglia come soggetto. Quali modalità di relazione e scambio. 
  • Interazione tra saperi. Si è visto come nelle malattie croniche i saperi gerarchici non funzionano. Lo schema diagnosi, terapia, applicazione non funziona. Perchè non è come curare una ferita. C’è una dinamica di quotidianità della vita che ha bisogno di essere osservata, conosciuta, di diventare ascolto, perchè in interazione con questa sia possibile dare indicazioni che attingono anche a sapere medico. Che consentano azioni orientate al benessere. E' una piramide ribaltata. La centralità non è della diagnosi. La centralità è l’osservazione della quotidianità di vita. Una osservazione attenta e professionale. Quindi chi sta in rapporto con la quotidianità deve avere mappe e criteri. Questo attiva la domanda sull’identità del medico. Chi sono io, medico, se non sono quello che fa la diagnosi e prescrizione? Chi sono io, medico, se devo esercitare la mia responsabilità con forme di corresponsabilità che si costruiscono?