domenica 16 luglio 2017

5. Un gruppo pensante in azione - Franco Floris

Franco Floris

Circolo virtuoso conoscenza/azione
Contrariamente a ciò che si pensa è un circolo che non si chiude. Una sorta di spirale. 
Al centro c’è un gruppo di operatori che in questa logica è un gruppo di ricercatori.
Non hanno la risposta già fatta rispetto ai problemi.
La risposta dipende dalla capacità di essere ricercatori.
O siamo ricercatori, non solitari, o la possibilità non si apre. 
O c’è un gruppo pensante di ricercatori, o la storia si ripete. 

Il percorso si riapre non perchè le cose fatte sono sbagliate. Ma perchè i problemi cambiano.
Continuare a fare le cose già fatte non può essere la soluzione.
Chiede di ripercorrere determinate tappe che permettono di produrre ricerca da operatori sociali. 

Anche ogni discorso sul metodo e processo rimanda ad un gruppo pensante in azione. 

Prima fase: consapevolezza di essere un gruppo di professionisti.
Che hanno un loro sapere.
Una loro memoria
delle loro credenze.
degli obiettivi ormai scritti dentro di loro.
dei preconcetti
dei pregiudizi.
La mancanza di consapevolezza di questo crea depressione o illusione. 

Seconda fase: Questo gruppo pensante in azione, assume una determinata funzione. 
Una rete secondaria che si pone a servizio delle reti primarie. 
Per restituire o per riconsolidare il potere delle reti primarie rispetto alla loro vita.
Il che vuol dire che non si può sostituirsi. 

Usando la parola potere torniamo alla chiave di lettura che un operatore ha sempre una dimensione politica. Paul Brodel racconta di una riunione di servizio psichiatrico del Quebeq. C’erano più scuole che soggetti. Si sono messi a sorridere. Perchè facciamo una riunione? Ognuno ha i suoi paradigmi, metodi, tecniche. Ognuno il suo obiettivo e la sua stanza. 
Quel giorno è nato il lavoro di rete. 

Il lavoro di rete non un problema tecnico. Ma politico. Eravamo lì per restituire potere alla gente. Potere a quelli che vivono in quel territorio. Dunque a generare qualcosa insieme a loro. 
Così facendo la rete secondaria non può che ridefinirsi in base alle domande della rete primaria. 
La rete primaria è costituita da donne e uomini che vivono nella complessità e sta provando a ragionare come sortirne. E spesso si arriva anche all’idea che forse se ne può sortire solo insieme.
cioè arriva all’idea di politica. Don Milani. 

Lo sguardo delle reti secondarie verso le reti primarie è legato alla capacità di cogliere come la gente del nostro tempo, nella quotidianità, dentro l’impossibilità di cambiare il mondo, sta provando a intuire altre forme di vita personale e collettiva. Altre forme di economia, di politica. 
Lo sguardo è pedagogicamente teso ai rigeneratori di questa generazione. Questa generazione sta maturando esperimenti generativi. Intuizioni generatrici. Sono le forme di aver cura della vita che si esprimono nel quotidiano. Se le reti secondarie tolgono lo sguardo dalle reti primarie non vedono nulla della generatività presente. 

Dentro le situazioni, anche le più drammatiche e fragili, nascono sempre forme di vita microsociale che hanno digerito le crisi del tempo e stanno provando a riemergere da qualche altra parte
Io sono molto incuriosito da quello che si sta producendo dentro questi organismi. E se non li annuso, non assecondo le intuizioni che stanno emergendo, finisco sempre per pensare che devo colonizzare gli altri. Entrare, per immersione, dentro la vita quotidiana dei territori, per produrre una conoscenza che nasce nella situazione di vicinanza, relazionalità, prossimità, sentire empatico, tale che in quella situazione intuisco che cosa…

Ma se c’è questo nelle reti primarie, noi a cosa serviamo? Non si tratta di dire ascoltiamo dal basso. Si tratta del dovere di rimettere in gioco il mio sapere. Le mie intuizioni e i nostri saperi sono di importanza decisiva per permettere ai saperi che stanno prendendo forma dentro le fatiche di svilupparsi.

Quel sapere, per essere generativo, ha bisogno di incrociarsi con quel sapere della rete degli operatori.  Se l’incrocio non è predativo. se è forma di scambio e di incrocio per riformulare le ipotesi con cui le forme sociali si muovono. Per arrivare a riscrivere comprensioni ed ipotesi che nascono. Cioè, c’è molto più bisogno del nostro sapere di quel che non vogliamo dire. Molto più bisogno di quanto a volte non ne abbiamo consapevolezza. Ma questo porta ad un lavoro che è di utilità alle persone. 

Questa capacità di entrare dentro le reti sociali, i reticoli sociali, per cogliere le intuizioni e le generatività, non vuol dire dimenticare i grandi problemi. Ma vuol dire riconoscere che le grandi storie vengono rielaborate nelle piccole storie. Che il potere trasformatvo delle società nasce dentro i piccoli processi di lavoro. Nasce da un corpo a corpo di azione sociale.

I territori non sono pacifici e pacificati. Sono ingiusti. Conflittuali. Le scelte di vita di alcuni sono impedite da scelte di vita di altri. Questo vuol dire entrare nel dolore e nelle conflittualità. Nella fatica, nello sfregamento che avviene nelle dinamiche sociali di un territorio. Tra inclusi e esclusi, chi ce la fa e chi no. Chi comprende dove siamo e chi no. 

L’esito è accompagnare alla nascita di nuovi organismi sociali nei territori, che probabilmente sono vaccinati rispetto a tante crisi e cominciano ad essere capaci di prendersi cura gli uni degli altri. Costruire un po’ più di abitabilità.  

Fase 3: la sperimentazione dell’azione. 
Tutte le cose dette rimandano a possibilità di agire.
Potere è potere di legami, di pensiero, di azione. 
ma a fronte dei problemi l’intuizione oggi prevalente è la possibilità di sperimentarsi nuovamente nell’azione. L’azione, microazione, collettiva, è quella che permette maggiormente di uscire dall’assoggettamento, dalla sudditanza.

C’è una intuizione sul fare che non va banalizzato.
Una intuizione sull’agire, che è un fare con un pensiero.
se non si passa all’azione si rimane in campo terapeutico. 
Invece questo lavoro permette allegate di intraprendere ed agire. Che il compito nostro come operatori è fare gli allenatori dell’azione
Allenare l’azione. Non è che noi insegniamo. E’ l’allenare all’agire, collettivo, territoriale, comunitario…. questo è il nostro mestiere, a fianco di chi ha intuizioni. Allenare è esercitar di continuo con pazienza e testardaggine le competenze di base dell’agire, dell’intraprendere. 

L’allenamento può essere faticoso, doloroso. Perchè questi organismi viventi per quanto ricchi di intuizioni sono fragili, piani di ambivalenze, contraddittori. Ma noi stiamo dentro, non per sostituire. Allenare. Stare vicino, ripensare, riproporre. 

Sappiamo che le microazioni finiscono per modificare il campo sociale. culturale e anche politico. 
Modificare il campo leviniano delle forze. 
Vuol dire che l’azione sposta forze. Che prova a rompere certe dinamiche. 
ma lo fa agendo, non lo fa per via ideologica, non lo fa per via moralistica.
qui comincia il futuro. 


Nell’azione, ora, comincia il futuro. Si genera il futuro. 
Cioè cambia la prospettiva delle persone che si mettono in gioco. Cambiano i rapporti di forza. Viene spostato il peso del potere. E c’è un gruppo di persone, una rete di persone del territorio, che hanno acquistato senso del potere. 

Questo mondo non lo cambiamo. 
Viviamo nel sistema che conosciamo.
Ma in questo mondo non è detto che sia impossibile agire. 

L’allenamento a non cadere in depressione è quel che porta a scoprire le possibilità e ad apprezzare le parzialità. A non cercare il tutto subito, a cominciare a godersi la possibilità di cambiare alcune cose del mondo in cui viviamo. 
Sul successo nelle parzialità possiamo costruire. 
Non ci è dato altro. Se non lavorare sulla parzialità. 
Permettendo ad altri di sperimentare il successo. Anche se su cose parziali.
Con il fatto di tornarci su. 

L’allenatore è questo. Ci torna su. 
Ritrovare la parola sulle cose che stanno facendo.
Ritroviamo la parola che mi permette di reinventare comprensioni del mondo.
Se l’esercizio della parola è solo parlarsi addosso nei convegni è difficile che attivi qualcosa. 
Ma va ritrovato il gusto del riparlare. Del raccontarsi per l’ennesima volta con altri, del gusto di una avventura condivisa. Questo genera cultura, genera nuovi significati.

fase 4: la produzione intensa di sapere professionale. 
Stiamo sprecando il sapere di cui è intriso il nostro lavoro perchè non ci stiamo fermando.
Facciamo animazione sociale. Ma non ci mettiamo testa nel provare a rileggere il lavoro che stiamo facendo in termini scientifici, in termini di comprensione profonda. 
Scrivere è strategico, non in termini di giornalismo di bassa lega. In termini di costruzioni complesse di pensiero sul fare, da parte dello stesso mondo professionale. 
Non possiamo non essere professionisti anche in questo. Scrivere ci serve per rileggere cosa sta succedendo. Ma questo chiede riconoscere che la conoscenza da estrarre dalla azione è nostro compito morale, oltre che professionale. Perchè la società ne ha bisogno. 
Se non lo facciamo tradiamo la nostra professionalità. 

Quali spazi riflessivi e di criticità, di riformulazione, di apprezzamento? 
Non solo spararci sempre sui piedi, riuscire ad apprezzare le parzialità del nostro successo nel lavoro. Altrimenti cadiamo in depressione e abbandoniamo. 
Il cinismo degli operatori nasce dal non fermarsi a pensare. 

Nicola Negri, di Torino, nei primi anni nella rivista ha scritto che il luogo in cui si deciderà il futuro degli immigrati sarà il linguaggio che i servizi avranno elaborato per rapportarsi con il mondo dell’immigrazione. Quanto volontariato ha un linguaggio da carrettiere?  
Dobbiamo restituire dignità culturale attraverso riflessività professionale. Produrre pensiero. Restituire dignità. Se non facciamo questo cadiamo nel cinismo e non alimentiamo il nostro pensiero. O ci alimentiamo nelle cose che facciamo, riflettendoci, o questo mondo non può essere salvato…

Il nodo vero. Il potere. La cessione o meno del potere. 
Quanto potere professionale e istituzionale stiamo usando in forma abusante? 
Quanto potere siamo in grado di cedere? 
Quanta autonomia siamo in grado di riconoscere alle persone nelle loro storie? 
La possibilità di cedere potere e di permettere agli altri l’autonomia possibile del vivere è la vera avventura. Perchè noi siamo rete secondaria ed esistiamo in funzione della rete primaria. 


fase 5: diffusione del sapere
Dobbiamo preoccuparci della diffusione del sapere. Di quello maturato dentro gli esperimenti del nostro lavoro. Dentro la cultura del mondo in cui viviamo. Dentro il campo sociale. 
Nel sociale troviamo oggi sicuramente gente generosa, intuitiva. ma anche affaticata. 
Gente che è irritata e irritevole. 
La complessità genera tutto questo. 
La ricchezza del nostro lavoro è di estrema utilità rispetto al vivere della gente comune. 
Un paese per vivere ha bisogno del sapere che si è costruito dentro i luoghi sperimentali e innovativi. Ma quel sapere e quella esperienza che abbiamo prodotto, non può essere tenuta chiusa nei luoghi professionali, perchè le nostre comunità hanno domande, incasinamenti, problemi che possono essere illuminati dalla conoscenza che noi abbiamo estratto dalle nostre sperimentazioni e azioni. 
Non si tratta di fare marketing a fine raccolta fondi. 
E’ che bisogna entrare in contatto con le domande profonde che le persone hanno nel territorio. Con la paura dell’altro. Con la fatica di relazionarsi con il diverso. 

Franca Manukian diceva: devono mettersi a studiare questi esperimenti, perchè c’è una ricchezza dentro. Dobbiamo metterci nell’ottica che il nostro sapere può aiutare a produrre altri significati del vivere, altri investimenti tra mondi che poco si conoscevano e ignoravano, altre forme di economie in cui cominciamo a capire che dobbiamo trovare a nuove forme di baratto, di nuove forme di trattamento degli oggetti. 
La gente cerca idee per sopravvivere. A volte noi copiamo da altri. 
Un 20% del tempo da parte degli operatori sociali va speso nel produrre cultura nelle comunità. 

fase 6: cosa ha da imparare il mondo politico dalla nostra politicità?
Il nostro lavoro ha una alta componente di politicità, cioè di tensione a costruire la polis, alla lettura della polis, al generare assieme la polis, a sortirne assieme dai problemi, a praticare la democrazia. 

Tocqueville diceva che la democrazia è la forma meno dolorosa del governo dei problemi. 
Le nostre organizzazioni agiscono consapevolmente in termini di politicità e democraticità? 
Forse una forma di democrazia, oggi, possiamo ritrovarla in una politica che è più vicina ai problemi. Più sensata, non di parte, che ha idea alta di coesione, di giustizia, solidarietà. 
Che ha a che fare molto con la nostra possibilità di provare a governare i problemi in maniera un po’ più partecipata. Provando a riconoscere a coloro che abbiamo eletto, ai nostri amministratori, che c’è bisogno di loro per governare i problemi. ma che noi vogliamo collaborare e ascoltare. 
Un nodo della politica è non aver paura della sofferenza che è in gioco nelle scelte che si fanno.

Noi operatori dobbiamo riformulare il mandato sociale che abbiamo. 
Il mandato non è mai un assunto statico. E’ sempre da riformulare. 
Andiamo a re-interrogare il nostro mandato, non in teoria, non per difendere i diritti del terzo settore, ma per difendere il senso della giustizia. 
Tornando a parlare da operatori con il mondo della politica. Non per chiedere favori. Non per distruggere. Per verificare con loro il nostro sapere. Per offrire loro il nostro sapere. Per verificare il nostro sapere alla luce del loro. Le conoscenze dei politici, degli amministratori, non sono sempre banali. Non possiamo continuare a pensare che abbiamo a che fare con gente senza sapere.
Dobbiamo parlare con la politica non per rivendicare. Per capire quale è il mandato politico che loro danno al nostro lavoro. E per riformularlo assieme. Riformulare il mandato è una parte del lavoro sociale. Non lo è la strumentalizzazione del rapporto con la politica. 
A volte per fare questo serve un corpo a corpo con gli amministratori. A volte invece basta ascoltarsi. 

fase 6: Il welfare
Abbiamo da produrre significato di un welfare che si sta evolvendo, ma che rischia di perdersi. 
Il nostro prototipo di welfare è uscito dai morti della guerra mondiale. Oggi assistiamo ad altre forme di morte. Che welfare ne uscirà? Sta a noi costruirlo. Che nessuno sia escluso. Perchè chi viene abbandonato a se stesso ci farà la guerra. Il significato del welfare non va costruito a partire dalla cifre, ma dall’idea di società che vogliamo per noi e per i nostri figli. 

Altre note:

metodo/metodi: 
la prima posta in gioco è aver creato uno spazio ed un luogo dove ci si ferma ad esercitare il potere del pensiero e della riflessività sull’azione. Porre uno sguardo su quello che noi viviamo nella vita quotidiana. Sulle nostre interazioni quotidiane.  

A me basta già il fatto che siamo qui a interrogarci, a riconoscere maggiormente ciò che mettiamo in campo, interrogandoci su come metterlo in campo. 
Pensare vuol dire fermarsi. Fermarsi è doloroso. 
Spesso la tecnologia ci può illudere che si può accedere a tutto, in tutti i momenti, in tutti gli spazi. 

E’ importante oggi pensare e riflessione collettiva, non ognuno per sè.

il valore di una rivista
Un insieme di parole, messe insieme da operatori, cioè da persone che lavorano nel sociale. 
La sfida più grande è come riusciamo a contenere le disuguaglianze. 
Oggi la disuguaglianza più grossa è che non tutti hanno uguale diritto di parola.
E che non tutti i contesti sociali sono inclusivi.
Il nodo è come riusciamo a creare luoghi sociali in cui tutte le persone possono avere diritto di parola. Indipendentemente da ogni appartenenza.
E’ il principio fondamentale di ogni democrazia. 
Ma oggi non è banale. 

democrazia.
Il valore più grande di un operatore sociale è che crea luoghi di democrazia. 
Luoghi in cui le persone possono avere la parola. 
Ovviamente, l’atto creativo non è mai da zero. 
Come dice Munari, ogni atto creativo è fare i conti con ciò che c’è. 
Con i limiti che i materiali a disposizione pongono.
L’atto creativo è creativo solo se fa i conti con i limiti che il materiale pone. 
Se ho il pongo faccio delle cose, se ho il ferro ne faccio delle altre.
l’atto creativo fa i conti con ciò che c’è.

Agire in situazione è un atto creativo prima che razionale.
L’atto creativo è entrare in relazione con la materialità.
se io prescindo da ciò che ho davanti, ciò che io faccio non sta in piedi.
Con quello che abbiamo, con ciò che oggi ci è davanti, dobbiamo capire come creiamo luoghi di parola, il più possibile inclusivi, capaci di tenere dentro più persone e culture possibili.
Luoghi creativi capaci di abitare l’ambivalenza.
Non solo riconoscendo che nell’atto creativo c’è anche il desiderio distruttivo. 
Perchè se io volevo fare una figura, e nella mia testa mi serviva il pongo, se mi trovo davanti solo il ferro mi verrà la voglia di distruggere quel ferro. 
Ma solo costruendo qualcosa con quel ferro io sono creativo. Se non ci faccio qualcosa, con il ferro, non costruiscono niente. 
Noi abbiamo una continua presenza di incontro/scontro, di costruttività e distruttività. 
Grazie all’ambivalenza c’è la vita. Senza ambivalenza avremmo spazi chiusi. Avremmo solo claustrofobia. La riflessività non vuole chiudere l’ambivalenza. Vuole riconoscerla e capire come stiamo in questa ambivalenza. 
L’inconscio. Uno va in analisi per conoscere l’inconscio. 
L’inconscio in realtà non si conosce mai. Ma agisce sempre. 
Non è che se non riconosci che esiste quella parte, quella parte non esiste. 
Per chi lavora nel sociale questo è molto importante. Vuol dire che di ogni situazione, di ogni persona, noi conosciamo sempre solo un parte. Riconoscere che c’è altro vuol dire che abbiamo tanto spazio di scoperta, di creazione, di ricerca.
Quello che noi sperimentiamo non dice mai tutto di ciò che c’è sotto traccia. 
Ciò che noi conosciamo non dà mai ragione del tutto di tutte quelle dimensioni profonde che circolano nella nostra vita personale e sociale. 
Qui c’è il potere della riflessività. Il micro che si fa macro. 
Le narrazioni apparentemente banali riverberano un tessuto molto più ampio. 
C’è sempre più spazio di azione di ciò che pensiamo. 


Per riflettere assieme sul nostro quotidiano.
per capire come creare luoghi di parola inclusivi.
per capire come queste ambivalenze agiscono in noi, non possiamo agire un pensiero semplificativo. Dobbiamo agire un pensiero rigenerativo. 

Il come lo scopriamo, lo vedremo nelle esperienze. Vedremo come ogni esperienza porta in sè degli approcci, degli sguardi e modi di stare nella realtà. Tutti modi diversi tra loro. Ognuno portatore di verità inaspettate. In virtù di un suo modi di stare in ascolto in situazione. 

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