venerdì 6 ottobre 2017

Ritorno a Reims


Premessa. Lo stile. Un saggio autobiografico. Né solo teoria. Né solo biografia. Piccola storia e grande storia che si intrecciano, lette l’una alla luce dell’altra. Modalità interessante.

1.    Le classi.
I destini sociali, infatti, sono tracciati molto presto. Tutto è giocato in anticipo. I verdetti sono emessi prima ancora che se ne possa prendere coscienza. Al momento della nascita le sentenze ci sono incise sulle spalle con il ferro rovente, e i posti che andremo a occupare sono definiti e delimitati da chi ci ha preceduto: il passato della famiglia e dell’ambiente nel quale si viene al mondo.   

È possibile parlare di una guerra implacabile, condotta dalla società, attraverso il funzionamento più banale dei suoi meccanismi più ordinari, dalla borghesia, dalle classi dominanti, da un nemico invisibile – o troppo visibile – contro le classi popolari in generale? Basterebbe osservare le statistiche della popolazione carceraria in Francia o in Europa per esserne convinti.

2.    La provincia.
Durante i quattro anni passati in questo dipartimento non sentii mai parlare di Lévi-Strauss, Dumézil, Braudel, Benveniste, Lacan… la cui importanza era riconosciuta da moltissimo tempo. Né, è inutile dirlo, di autori quali Althusser, Foucault, Derrida, Deleuze, Barthes, che avevano già raggiunto una grande notorietà.  Ma quello avveniva a Parigi, e noi eravamo a Reims. Sebbene ci trovassimo solo a centocinquanta chilometri dalla capitale, ci separava un abisso dalla vita intellettuale che in quel momento si stava reinventando con un’intensità senza eguali dal periodo del dopoguerra.  

3.    La sinistra.    
“Quando Gilles Deleuze, nel suo Abecedario, propone l’idea che “essere di sinistra” è “prima di tutto percepire il mondo”, “percepire all’orizzonte” (considerare che i problemi urgenti sono quelli del terzo mondo, più vicini a noi di quelli del nostro quartiere), mentre “non essere di sinistra” sarebbe, al contrario, focalizzarsi sulla strada e il paese in cui si vive, la definizione che propone si situa all’estremo opposto di quella incarnata dai miei genitori: negli ambienti popolari, nella “classe operaia”, la politica di sinistra consisteva prima di tutto in un rifiuto molto pragmatico di ciò che si subiva nella propria vita quotidiana.  

Nella mia famiglia si divideva il mondo in due campi: quelli che sono “per gli operai” e quelli che sono “contro gli operai” o, secondo una variazione sullo stesso tema, quelli che “difendono gli operai” e quelli “che non fanno niente per gli operai”. Quante volte ho sentito queste frasi nelle quali era riassunta la percezione della politica e delle decisioni che essa prendeva! Da un lato c’eravamo “noi” e quelli che erano “con noi”, dall’altra c’erano “loro”.

L’espressione “la sinistra” era dotata di un significato forte. Si trattava di difendere i propri interessi e di far sentire la propria voce, e questo avveniva, oltre che durante gli scioperi e le manifestazioni, attraverso la delega e il mettersi nelle mani dei “rappresentanti della classe operaia” e dei responsabili politici dei quali poi, di conseguenza, si accettavano tutte le decisioni e si ripetevano tutti i discorsi.  

“Chi assume, oggi, il ruolo che giocava “il Partito”? A chi possono rivolgersi gli sfruttati e i disagiati per sentirsi rappresentati e sostenuti? A chi possono riferirsi, appoggiarsi, per fornirsi di un’esistenza politica e di un’identità culturale? Per sentirsi fieri di se stessi perché legittimi e allo stesso tempo legittimi perché legittimati da un’istanza potente? O, molto semplicemente: chi tiene conto di ciò che sono e vivono, di ciò che pensano e vogliono? 

Quale pesantissima responsabilità ha la sinistra in questo processo? Quali responsabilità hanno quelli che, dopo aver relegato il loro impegno politico degli anni sessanta  settanta nel passato ormai lontano delle scappatelle giovanili e dopo aver avuto accesso alle funzioni di potere e alle posizioni importanti, si sono messi d’impegno a imporre le idee della destra? E lo hanno fatto cercando di rinviare nel dimenticatoio della storia una delle preoccupazioni essenziali della sinistra, perfino uno dei suoi caratteri fondatori dalla metà del diciannovesimo secolo, vale a dire l’attenzione rivolta all’oppressione e agli antagonismi sociali, o semplicemente la volontà di dare un posto ai dominati nello spazio politico. 

Adottarono, così, un punto di vista sul mondo da governanti, rifiutando con sdegno (con una grande violenza discorsiva, che fu sentita come tale dalle persone su cui si esercitò) il punto di vista dei governati. Tutt’al più ci si degnò, nelle versioni cristiane o filantropiche di questi discorsi neoconservatori, di rimpiazzare gli oppressi e i dominati di ieri – e le loro lotte – con gli “esclusi” di oggi – e la loro presunta passività.

La destra
Questo voto dei miei fratelli, tuttavia, per un partito che m’ispira un profondo orrore, e in seguito per un candidato alle presidenziali di una destra più classica che seppe attirare questo elettorato, sembra essere rivelatore di una tale fatalità sociologica, sembra obbedire a tal punto a leggi sociali (che dunque valgono anche per le mie scelte politiche) da lasciarmi perplesso. Non sono più sicuro come una volta di come giudicare tutto ciò.

È facile convincersi, in modo astratto, che non si rivolgerà mai la parola o che non si stringerà mai la mano a qualcuno che vota per il Fronte nazionale… Ma come reagire quando si scopre che si tratta della propria famiglia? Che cosa dire, che cosa fare, che cosa pensare?
Se io avessi percorso lo stesso cammino dei miei fratelli, sarei come loro? Voglio dire: avrei votato per il Fronte nazionale? Protesterei anch’io contro gli “stranieri” che invadono il nostro paese e “si credono a casa loro”? Avrei condiviso con loro le stesse reazioni e gli stessi discorsi di difesa, contro quella che per loro è un’aggressione permanente nei loro riguardi da parte della società, dello stato, delle élites, dei “potenti”, degli “altri”? Di quale “noi” farei parte?
 A quale “noi” mi opporrei? Quale sarebbe la mia politica? Il mio modo di resistere all’ordine del mondo o, al contrario, di aderirvi?
Far scomparire dai discorsi politici le “classi” e i rapporti di classe, cancellarli dalle categorie teoriche e cognitive, non impedisce affatto a quelli che vivono la condizione obiettiva – condizione che la parola “classe” serviva proprio a designare – di sentirsi collettivamente abbandonati da chi gli predicava i benefici del “legame sociale”, insieme all’urgenza di una “necessaria” deregolamentazione dell’economia e di un altrettanto “necessario” smantellamento dello stato sociale. Di conseguenza interi settori delle fasce più svantaggiate si diressero, per un effetto quasi automatico di ridistribuzione delle carte politiche, verso quel partito che sembrava l’unico a preoccuparsi di loro e che, a ogni modo, offriva un discorso che si sforzava di ridare senso alla loro esperienza vissuta. E questo avvenne nonostante l’alta dirigenza di questo partito non fosse affatto composta da membri provenienti dalle classi popolari, al contrario di quello che si era prodotto con il Partito comunista, in cui si faceva molta attenzione a selezionare militanti che provenissero dal mondo operaio, in cui gli elettori potessero riconoscersi.

I movimenti.
Ai movimenti sociali spetta innanzitutto il compito di costruire quadri teorici  modalità politiche di percezione della realtà che permettano non di cancellare – lavoro impossibile – ma di neutralizzare al massimo le passioni negative che agiscono nel corpo sociale, in particolare nelle classi popolari.

Ai movimenti spetta il compito di offrire altre prospettive e di delineare il futuro per una sinistra che potrebbe, ancora una volta, dirsi tale.

La forza e l’interesse di una teoria risiede precisamente nel fatto che non si accontenta mai di registrare le parole che gli “attori” pronunciano sulle loro “azioni”, ma al contrario si dà come obiettivo di  permettere agli individui e ai gruppi di vedere e di pensare in modo diverso ciò che sono e ciò che fanno e, magari, anche di cambiare ciò che fanno e ciò che sono.  

L’ingiuria.
Perché certe categorie di popolazione devono portare il fardello di queste maledizioni sociali e culturali di cui si fa molta fatica a concepire cosa le motivi e susciti instancabilmente? Non c’è risposta se non l’arbitrarietà dei verdetti sociali e la loro assurdità. E’ inutile cercare il tribunale che pronuncia questi giudizi. Non ha sede. Non esiste. Arriviamo in un mondo in cui la sentenza è già stata emessa e noi arriviamo a occupare i posti di quelli che sono stati condannati alla pubblica vendetta, a vivere con un dito accusatore puntato contro. Non resta che cercare, nel bene nel male, di proteggersene e di riuscire a gestire questa identità guasta, come recita il sottotitolo inglese del libro Stigma di Erving Goffman.  

Per quanto possa sembrare paradossale, sono convinto che il voto per il Fronte nazionale debba essere interpretato, almeno in parte, come l’ultimo ricorso degli ambienti popolari in difesa della loro identità collettiva, di una dignità che ormai sentivano sempre calpestata, proprio da quelli che un tempo li avevano rappresentati e difesi. La dignità è un sentimento fragile, incerto di sé. Ha bisogno di conferme e sicurezze. Richiede prima di tutto che non si abbia l’impressione di essere considerati come una quantità insignificante o come semplici elementi di tabelle statistiche, o di bilanci contabili, in altre parole come oggetti muti della decisione politica. Per questa ragione, se quelli a cui si è data fiducia non la meritano più, la si ripone in altri. E ci si indirizza, di volta in volta, verso nuovi rappresentanti.

Arriva un momento in cui si tramutano gli sputi in rose, gli attacchi verbali in ghirlande di fiori, in raggi di luce. In breve, un momento in cui la vergogna si trasforma in orgoglio… E quest’orgoglio è politico dall’inizio alla fine, poiché sfida i meccanismi più profondi della normalità e della normatività. Non si riformula ciò che si è partendo da zero. Si compie un lavoro lento e paziente per forgiare la nostra identità a partire da quella che ci è stata imposta dall’ordine sociale.

Credo che una delle ragioni per cui le persone rimangono aggrappate così tenacemente ai loro odi sia perché intuiscono che, una volta sparito l’odio, saranno costrette ad affrontare il dolore.

L’importante non è quel che si fa di noi, ma quel che facciano noi stessi di ciò che hanno fatto di noi (Sartre)

Spunti (solo uno dei mille fili possibili, a partire dalla lettura) 

Gli appunti sono sempre parziali. E i ragionamenti sono sempre più complessi. Ma trovo sia un libro da leggere. E di cui discutere. Per la riflessione che apre e l’atteggiamento in cui si pone. Osservare, mettersi nei propri panni e in quelli dell’altro, provare a capire. C’è sempre una parte di verità nella posizione dell’altro. E quel pezzo di verità ci serve. E fa persino parte di noi. 

Guardando alla provincia, che è sempre altrove, rispetto alla città. Ma la storia non è fatta solo di ciò che avviene in città. E la provincia, se non ascoltata, si prende le sue rivincite. E la provincia è tanta gente.

E guardando ai movimenti, come ai soggetti che fanno la politica. Prima e più dei partiti. Ma con movimento non si intende un partito che ha cambiato nome. Neppure una organizzazione iscritta a qualche albo. O lo spin off, più o meno personale, di qualcuno o qualcosa. Con movimenti si intende un moto collettivo che coinvolge più soggetti e prova a dare forma ad un'istanza. E il movimento, a differenza dal partito, indipendentemente da quale sia la legge elettorale, si muove come un'onda, coinvolgendo e trasformando, non differenziandosi e distinguendosi. 

Le classi, non sono più una categoria che usiamo. Ma le disuguaglianze sono ancora presenti, e si accentuano. E si aprono a nuovi orizzonti globali. Cosa sono le migrazioni se non il tentativo di trovare risposta ad una profonda disuguaglianza? Ad oggi è un tentativo per lo più individuale o famigliare. Sfruttato e governato da interessi economici e mafiosi. Ma non è nemmeno corretto ridurre tutti i migranti a vittime inermi, a persone che semplicemente sono scappate perché non avevano altra opportunità. I migranti, per lo più, sono persone che hanno fatto una scelta. Hanno assunto, rischiando moltissimo, un protagonismo nelle propria vita. Posso trovare illegittimo questo movimento solo se dichiaro che un mondo diviso in caste è giusto. 

Gli allargamenti dei diritti, nella storia, però, purtroppo, non si sono quasi mai verificati per spontanea concessione di chi li aveva. Per lo più sono frutto di lotta di conquista di chi era escluso. 
E allora, cosa succederebbe se questa spinta migratoria da fenomeno individuale trovasse una coscienza collettiva? E si trasformasse? E, se ognuno si definisce a partire da come la società lo determina, che responsabilità abbiamo noi di fronte a come questa spinta si trasformerà? In serbatoio per il terrorismo, in guerre diffuse, in lotta di redistribuzione o in ricchezza e  progresso collettivo?

Ciò che manca, oggi, non può essere solo una maggiore accoglienza. Ma riconoscere questo non significa invocare automaticamente maggiore rigore. Ciò che manca è una politica che provi a prendersi carico di questa disuguaglianza e che provi a governare in modo diverso l’istanza di giustizia ed opportunità.   

Perchè, no, non è normale che una famiglia mandi allo sbando un figlio di 15 anni e poi lo lasci solo in un centro di accoglienza, fino a che diventa adulto, perché questa è l’unica strada che vede come possibile per una ascesa sociale. Di fronte a questo, non possiamo dire che la risposta è “va bene così, accogliamo questi ragazzi”. Le persone che abbiamo di fronte hanno un valore. E per questo non possono essere lasciate allo sbando. Ma la politica, in prospettiva, deve costruire modalità diverse. Deve dire che questo modello è disumano. Non per colpevolizzare chi parte o chi manda. Ma per offrire opportunità differenti alla legittima aspirazione delle persone ad una maggiore giustizia e redistribuzione.

Ma redistribuzione non può essere solo tra scartati (o a rischio di scarto). Se l’immigrato è quello con cui competo per il posto al nido, per la casa popolare, persino per il posto in comunità o per il pacco di aiuti alla Caritas… è ovvio che chi ha bisogno di nido pubblico, comunità, aiuti e casa popolare sarà colui che vivrà più con fatica l’accoglienza. Non si tratta di giustificare gli odi, piccoli o grandi. Si tratta di capire. E soprattutto di allargare lo sguardo. Serve, anche a casa nostra, una diversa redistribuzione della ricchezza e delle opportunità.  E serve che riparta un movimento in questo senso. 

(p.s. e naturalmente grazie a Mauro, al solito, spacciatore di punti di vista utili).