sabato 21 ottobre 2017

Tessitori intelligenti capaci di finalizzare

















Mons. Galantino all'apertura della scuola di formazione Acli, intitolata a Livio Labor, per dirigenti politici, responsabili all'organizzazione e animatori sociali di comunità. 

Mi ha colpito molto l’immagine delle trame. Il riferimento al fatto che la tessitura richiede atteggiamenti che vanno in senso ostinato e contrario agli atteggiamenti che la società in questo momento ci sta domandando, che ci richiede e molte volte ci impone: fretta, arrivismo, arroganza. Atteggiamenti abbastanza coltivati nella nostra società che sono la malattia mortale delle relazioni. Finiscono così le relazioni. Non solo fuori da noi, in altri mondi, anche al nostro interno: nella Chiesa, nelle realtà che comunque fanno riferimento alla Chiesa, come le Acli. 

Un centro di formazione quale scopo deve avere? Per natura, deve offrire strumenti per acquisire gli atteggiamenti necessari per essere tessitori intelligenti. Ci sono anche tessitori confusionari. Tessitori che tessono in modo che l’ordito sia da una parte e dall’altra, che se guardi, sia di qui che di là, c’è solo confusione. Per sua natura un centro di formazione fa questo: dà la capacità di essere tessitori intelligenti, capaci anche di finalizzare. 

E poi offre opportunità di crescita per i singoli e per le realtà. Con una precisa finalità: vivere (e far vivere) in maniera efficace e solidale la propria presenza sul territorio. Con un richiamo, nel nostro caso, anche a tanti uomini e donne che nelle Acli e in altre realtà associative hanno lavorato e si sono spese. Si tratta di aiutare, favorire, garantire, la presenza di una Chiesa che intende dire, in maniera efficace e solidale, la sua vicinanza a tutti, ma soprattutto a quelli che non contano niente.

La vicinanza può esplicitarsi in diverse maniere. La maniera più evidente è la presenza testimoniale della comunità credente attraverso la vita e le opere. Specie negli ambiti dove si sperimenta la latitanza delle istituzioni. Quella presenza che troppe volte, ha il sapore della sostituzione delle istituzioni, che restano assenti. Però questo non basta. Non può bastare una presenza fatta di attività, fatta di servizi. 

La vicinanza che serve alle persone e al territorio è anche la formazione. In un momento in cui sembra che formarsi, studiare, leggere, confrontarsi sia tempo perso. Anche nella Chiesa. Dobbiamo darci da fare. Perché, se non si studia, la pastorale diventa pastorizia e si fa solo confusione. Specie in una società come la nostra, compressa, carente di spirito critico. 

Oggi noi non abbiamo spazi nei quali due persone possano incontrarsi e, conoscendosi e conoscendo uno seriamente le motivazioni dell’altro, possano dialogare tra loro per orientarsi reciprocamente verso obiettivi avanzati. Oggi abbiamo solo tifo da stadio, atteggiamenti curvaioli che non ci portano da nessuna parte. Lo sapete tutti, basta accendere la tv, preme l’assenza di luoghi nei quali far incontrare seriamente posizioni diverse, anche opposte. Oggi questo manca. A questo avete la responsabilità di rispondere. In questo clima di mancanza di spirito critico, l’importanza di una scuola di formazione è per supplire a questo deficit e far crescere la consapevolezza e l’etica della responsabilità nei singoli e nelle comunità. Penso vada visto in questo orizzonte. 

Molte volte noi organizziamo scuole di formazione ma poi chi investe in formazione viene lasciato solo. Io spero che le persone disposte a investire in formazione non debbano continuare a mendicare attenzione e riconoscimenti concreti. Che, se si organizza la formazione, poi ci sia una reale e leale valorizzazione delle persone. Perché di corsi e di master ce ne sono tanti. Ma sono pochi quelli che si prendono cura del dopo. Quelli che progettano anche il come valorizzare le competenze acquisite. Con due perdite: perdita di tempo e soldi di chi investe in formazione. E perdita di credibilità di chi si impegna. Che chi investe in formazione non debba trovarsi a fare il mendicante nella sua vita nei confronti di tizio, caio, sempronio, di questa o quella struttura. Fosse anche la Chiesa. Non possiamo permetterci questo. Siamo in un momento in cui la formazione non paga. Dobbiamo saperlo, e dobbiamo attrezzarci per evitare di andare ad ingrossare le file di chi organizza corsi come parcheggio abusivo. La scuola oggi è spesso ridotta a questo. Parcheggio di persone che non sappiamo dove mettere. Cui non vogliamo lasciare spazio. E i professori sono parcheggiatori abusivi. Noi non possiamo permetterci di muoverci in questa linea. 

La formazione è una sfida. Specie in un tempo come quello di oggi in cui, per fare un esempio dal mio mondo, alcune ricerche ci dicono che i 2/3 dichiarano di credere, ma sono immersi in una fede light. Non si dichiarano atei, dicono di credere, ma non hanno le idee chiare rispetto al contenuto del loro credere e non hanno nessun contatto con la Chiesa. Come si fa formazione in un tempo come questo? 

Prima si diceva: pregare, dibattere, impegnarsi assieme. Molti accettano di stare nelle nostre realtà ma si sentono autorizzati a poter fare tranquillamente a meno  di queste dimensioni. Molti si sentono autorizzati a poter far a meno di pregare, anche. Ma allora diventiamo altro. Noi dobbiamo vigilare su questo. Non per recuperare integralismi. Ma per evitare di complicarci la vita e di complicarla agli altri con equivoci,  proponendo come cristianesimo realtà che di cristianesimo non hanno niente o hanno molto poco. 

Mi ha fatto piacere il presidente che richiamava il Papa rispetto all’impegno politico.  Attenti a non confondere: il segretario della Cei che non si mette a fare il capopopolo di un partito, non vuol dire che non interessa la politica. Vuol dire rispettare i ruoli. Chi ha la vocazione a fare il politico deve farlo. Bisogna che ci si assuma la responsabilità. E se si ha capacità, bisogna anche coinvolgere altri in questo. Ma senza chiedere che il collante sia quel prete, quel vescovo, quel cardinale. La presenza è importante, ma attenzione ai nuovi clericalismi. Il Papa dice sempre il clericalismo è come il tango. Si balla sempre in due. Se ci sono preti clericali è perché ci sono anche laici a cui piacciono quei preti. Ma anche viceversa. Voi dovete ribellarvi a questo. Assumervi la vostra responsabilità. Avere la capacità di intervenire.