sabato 21 ottobre 2017

Una bella lezione di storia italiana



Lezione di Carlo Felice Casula sulla storia delle Acli agli iscritti ai corsi di formazione per animatore sociale, dirigente politico e responsabile organizzativo della scuola di formazione Livio Labor 

Grazie alle Acli tutte, a partire dal presidente, per questa conversazione.

Lizzola rivendicava con orgoglio la sua identità aclista.
Anche io debbo comunicarvi che ho incontrato le Acli ventenne, le Acli erano ancora in via Monte delle farina, avevano fatto un bando per una borsa di studio sui sindacati in Europa, con fondi europei. Ci presentammo in due e ci mettemmo subito d’accordo di dividerci la borsa di studio. Labor, informato del fatto, fu entusiasta, rispondeva allo spirito aclista. Furono per noi mesi di straordinaria crescita.


Poi a me fu proposto da Labor di seguirlo nella sua avventura dell’MPL. Io come lavoro continuai a fare il mestiere di leggere libri e talvolta di scriverne. Con Labor fu un rapporto di grande intensità, anche affettiva. Era apparentemente burbero, ma in realtà era molto umano. Dal punto di vista elettorale quel movimento,  nelle elezioni dl 1972, non riuscì a raggiungere il quorum, ma studiando la storia occorre sempre avere presente che non sempre ciò che è sconfitto è irrilevante. Nel caso specifico, Labor e il gruppo di giovani che stavano attorno a lui (da Gennaro Acquaviva a Gigi Covatta ad altri…) avevano intuito che lo strumento partito era uno strumento che cominciava a dare segni di scricchiolamento. E non a caso scelsero il nome “movimento”. E avevano anche intuito i primi segni di cedimento del sistema politico di quello che viene detta prima repubblica.


Ed anche il fatto che la lunga stagione del collateralismo era ormai conclusa, finita. Io stesso, se posso dare testimonianza personale, pur cresciuto in un collegio diretto dal Cardinal Silvestrini, appartengo ad una generazione che si è sempre considerata cattolica post democristiana. Una generazione che non ha mai fatto coincidere l’idea di laici responsabili con una indicazioni di voto.

Se posso aggiungere, forse Mons. Galantino e gli altri, quando ci sollecitano oggi, un po’ ex post, ad una scelta non più di collateralismo, qualche critica potrebbero anche farla, perché sono stati causa di molta sofferenza…

Il secondo rapporto con le Acli è stato attraverso l’amicizia con Padre Pio Parisi. Allora lo si chiamava assistente ecclesiastico delle Acli e lui inorridiva. Il suo ruolo era accompagnare nel cammino di fede, attraverso quella che lui chiamava la cattedra dei piccoli e poveri. Ricordo con
commozione quando Papa Bergoglio ha chiamato le Acli alle 3 fedeltà tradizionali e ha aggiunto la fedeltà ai poveri. Il prof. Lizzola, giustamente, sottolineava come non dobbiamo considerare solo la povertà estrema a marginale, ma quella povertà diffusa, un mondo quasi maggioritario, il mondo da cui provengo e di cui sono orgoglioso di far parte. La povertà dignitosa, che non vuole esporsi, che non vuole assistenza, vuole diritti. Questo è stato l’universo centrale nella storia delle Acli.


Ho dedicato 2 libri, oltre ad una mole di pubblicazioni, a cavallo degli anni 90 e 2000, con Alberto Scarpitti. Abbiamo pubblicato tutto. Dalla storia dei presidenti ai momenti significativi della storia. Poi con case editrici esterne ho pubblicato altri libri:
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I verbali del Consiglio di presidenza delle Acli, dalla fondazione all’inizio dell’era Labor, al 1961. Anno di grande impatto anche storico . Era il primo centenario dell’unità di Italia, celebrato con entusiasmo e orgoglio. Era un periodo di grande crescita, ognuno era convinto che il suo futuro sarebbe stato meglio di quello delle generazioni che avevano preceduto. E le Acli erano la cerniera, l’incrocio, la frontiera, tra movimenti, partiti e istituzioni.
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La frontiera delle Acli. Con sottotitolo: pratiche sociali, scelte politiche (nel senso che Mons. Galantino indicava prima) e spiritualità. In questo intreccio c’è la peculiare specificità delle Acli. 
-
Le Acli una bella storia italiana. Interloquendo, con lentezza e profondità, con tutti gli ex presidenti viventi, a partire da Emilio Gabaglio. Con tutti sono nati rapporti di amicizia e consuetudine. Le Acli, una bella storia italiana. Le Acli fanno parte integrante della storia italiana. E la storia italiana del secondo dopo guerra è una bella storia. Noi spesso oggi lo dimentichiamo, come dimentichiamo che l’Italia, nei decenni post bellici, è stato un paese con una straordinaria crescita economica. In inglese parlarono di boom, termine coniato per la crescita italiana. In Italia usammo un’altra espressione, più consona a noi  e anche alla nostra religiosità, parlammo di miracolo economico. Troisi ci avrebbe costruito uno spettacolo. Una bella storia italiana, con poi il proposito di prendere e rilanciare questi studi. Se uno fa quel lavoro che noi storici facciamo, che è analisi della produzione storiografica e sociologica, c’è sempre uno scarto enorme tra la consistenza reale e il peso che hanno nei libri di storia. Non dico nei manuali (nei quali sono quasi assenti) ma nei libri in generale. C’è un limite. Le Acli dovrebbero coltivare di più l’organizzazione del proprio ricchissimo archivio, ordinato solo fino al 1961. E poi dovrebbero sostenere o promuovere o interloquire anche con le università. Penso a borse di studio per dottori di ricerca, ad esempio, stavamo ragionando prima con Paola Villa sulla possibilità di convenzione tra il corso di laurea in servizio sociale che ho diretto per molti anni e le Acli, per una ricerca teorica, ma anche pratica.

I prossimi sono anni anche di grandi scadenze. Di grandi momenti. Il 2018 è il centenario della nascita di Livio Labor. Labor nasce quando la prima guerra mondiale è ancora in corso. Nasce in una città che si chiamava Leopoli. Città che oggi si chiama Lov ed è in Polonia. Allora era Leopoli e faceva parte dell’impero austroungarico. Il cognome originario non era Labor, perché il padre era ebreo, poi si convertirà al cattolicesimo, da vedovo diventerà anche sacerdote. Vedete, anche solo da questi cenni, che straordinario percorso biografico dell’Italia e dell’Europa. Labor stesso, in anni di occupazione tedesca, mentre faceva parte della Compagnia di San Paolo, aveva rischiato di finire vittima della tragedia epocale della Shoa. Miracolosamente una volta riuscì a scampare ad una retata tedesca e repubblichina. In questo nuovo cognome, Labor, c’era quasi una sorta di predestinazione. Perché poi diventerà uno dei dirigenti e animatori e costruttori delle associazioni cristiane dei lavoratori italiani. Associazioni che ancora oggi nel loro stemma conservano i simboli del lavoro, praticamente scomparsi da tutti i partiti, persino quelli di sinistra. Labor riuscì, nella sua capacità creativa, a creare anche una assicurazione, la Lavoro e sicurtà. Per gli infortuni sul lavoro. Altro terreno sul quale le Acli dovrebbero riflettere ed operare, perché annualmente si tratta di una vera e propria guerra contro i poveri e contro i lavoratori più esposti e meno garantiti.

L’intervento del figlio oggi mi ha quasi commosso. All’indomani del disastro elettorale MPL a me mancavano alcune mensilità dello stipendio. Non avanzai nessuna richiesta. Un giorno Labor mi chiamò: Qui ci sono i soldi per te. Io: No, per carità, non li voglio. E lui: No, guarda, non sono le ultime 3 mensilità, queste sono di tasca mia, non è il compenso per i tuoi ultimi mesi di lavoro, è un regalo per il tuo matrimonio. Lui era così. Era fatto anche di queste finezze psicologiche.

Per la ricostruzione delle sue storie, vi faccio un esempio, agli studenti di storia in università facciamo storia contemporanea ma anche storia sociale, storia della pace e storia del lavoro. Nel corso di storia sociale e del lavoro il libro sulla storia delle Acli è presente e devo dire anche molto apprezzato da parte degli studenti.  

Acli: associazioni cristiane lavoratori italiani.
Insisto sempre che la c è cristiane e non cattoliche. Le Acli nascono con una particolarità. Non sono un ramo dell’azione cattolica. C’erano stati tentativi di creare ambiti organizzativi specializzati, ma in Italia non ebbero successo. Lo ebbero in Francia e Belgio con la Gioc. In Italia invece ci furono le Acli. Anche qui, con insistenza terminologica, le Acli, anche nell’acronimo, sono al plurale. Spesso lo si declina al singolare, si commette un errore grave.

Le Acli nascono nel 1944. Estate 1944. E nascono con il consenso e l’appoggio, per molti aspetti anche la spinta, della gerarchia ecclesiastica. A partire da Pio XII e da un allora giovane, mons Montini, futuro Paolo VI. Paolo VI  che si è sempre considerato come uno dei
fondatori reali delle Acli. Non a caso tra i soci fondatori c’era il fratello
(Ludovico Montini). Se avete presente questo, si capisce, a posteriori, il
perché del dramma anche personale di Paolo VI rispetto ad alcune scelte delle
Acli che non aveva condiviso e che probabilmente non aveva neppure compreso. La
scelta socialista, anzi, come gli aclisti solevano sottolineare, non la scelta,
l’ipotesi socialista.
Il
1944 era il contesto di una Italia ancora occupata, meridione liberato,
settentrione ancora occupato. C’era il progetto di costruzione di un sindacato
in forma unitaria. Uno dei sottoscrittori del patto di Roma era Achille Grandi.
Padre fondatore delle Acli. Personalità straordinaria. Era stato un lavoratore
precoce. E poi organizzatore sindacale e poi leader carismatico della CIL,
prima confederazione sindacale a ispirazione cristiana. Achille Grandi firma il
patto di Roma con Di Vittorio e Canevari. Bruno Buozzi non aveva potuto firmare
perché era stato ucciso dai tedeschi mentre si ritiravano alla storta, pochi km
da qui. Quale era la finalità? Quella di creare una organizzazione che potesse
seguire, appoggiare, formare i lavoratori cristiani presenti in questo nuovo
sindacato, che aveva o poteva avere o avrebbe avuto una maggioranza social
comunista. Quindi un’idea formativa, ma anche una scommessa su un’Italia
liberata.
Dal
punto di vista politico siamo negli anni in cui i 3 grandi partiti espressioni
dei ceti popolari italiani (DC, PSI e PCI) stavano in un governo di unità
nazionale, comitato di liberazione nazionale. Struttura unitaria che durerà
fino a maggio 1947. Vorrei sottolineare un altro aspetto su Achille Grandi. De
Gasperi ottenne l’incarico di formare il nuovo governo, incarico che non poteva
essere dato dal re, quasi fuori gioco, né dal presidente della Repubblica, che
ancora non c’era, incarico che quindi matura tra i partiti del CLN. Alcide De Gasperi
quando ottenne l’incarico proposte ad Achille Grandi, che già conosceva perché erano
stati deputati assieme, di essere il ministro del lavoro. Achille Grandi,
risulta dai documenti, ne fu molto orgoglioso, ma rifiutò, sulla base del fatto
che non voleva che il ministero del lavoro fosse un ministero tecnico e che
quindi andasse ad un sindacalista. Chiese ed ottenne, invece, di essere vicepresidente
dell’assemblea costituente. Perché, anche visivamente, fosse chiaro a tutti che
questa nuova repubblica che si andava formando, per per la quale fu eletta
l’assemblea costituente, fosse realmente una repubblica democratica fondata sul
lavoro e il lavoro fosse il fondamento della nuova cittadinanza. Non la proprietà.
Non il livello di istruzione. Il lavoro. Fu una mossa di grande raffinatezza e di
grande maturità e grande politicità.
Il secondo
passaggio importante è stato la strutturazione delle Acli dopo la rottura
dell’unità sindacale, con la creazione di 3 organismi, con una forte
connotazione politica e partitica. In quel momento per le Acli finisce il compito
originario. Lì ci fu l’intuizione del terzo presidente delle Acli, Pennazzato.
Achille Grandi morì giovane. E’ bene dire ai più giovani che c’è stata una recente
stagione della nostra vita politica in cui è andato di moda il termine
rottamazione, in cui l’elemento distintivo era la giovane età. Vorrei
sommessamente ricordare che l’assemblea costituente era piena di 20enni  e 30enni. Uno dei padri costituenti,
Dossetti, non aveva neppure 30 anni. Il dirigente del PCI che ha materialmente
contribuito a scrivere, Renzo Lacone, non aveva neppure 30 anni. Ma pure quelli
che allora erano considerati “i vecchi” (da Togliatti a Grandi a De Gasperi) tanto
vecchi non erano. Anche se si moriva prima e tutto era spostato in avanti…
Dopo
la fine dell’unità sindacale le Acli si ripensano. E su questo fu particolarmente
attivo il terzo presidente, Dino Pennazzato. che delineò l’idea di un movimento
sociale dei lavoratori cristiani. Comprendendo in questo una  dimensione di servizi sociali intesi nel
senso più ampio. Non solo assistenza. Le Acli, nei primi anni della loro vita,
fecero pure assistenza... Il Card. Silvestrini racconta che, da giovane
studente universitario, aveva animato un circolo acli a Bologna, dove attività
principale non era nemmeno la distribuzione, era la vendita a prezzi molto
contenuti di generi alimentari che provvedevano a far arrivare dalle campagne.
Una sorta di spaccio sociale di generi alimentari.
In
questo primo decennio vi è una crescita organizzativa enorme. Nel giro di
alcuni anni le Acli moltiplicano per 10 i propri aderenti. E d’altro lato c’è
una straordinaria capacità innovativa. Moltiplicano le attività. Pur non
essendo né partito né sindacato trovano uno spazio. Tra questi spazi nuovi che
vengono individuati c’è anche quello del Patronato. Anche in questo termine c’era
una innovazione. Tradizionalmente il Patronato rinviava al fatto che assistenza
e servizi erano dall’alto al basso. Patronato rinvia al termine padrone. Qui
invece sono i lavoratori che si auto-organizzano.
In
quegli anni le Acli hanno la capacità di intervenire in forma organizzata in
ambiti e contesti in cui i sindacati non riescono a intervenire. Ad esempio nel
settore agricolo. Il sindacato copriva il bracciantato e i lavoratori agricoli
(Di Vittorio ne faceva un fatto personale, come bracciante pugliese) ma restava
uno spazio scoperto, da cui Acli terra.
Poi c’è
quella che all’inizio fu “opera nazionale domestiche” poi, con una grande invenzione,
che non è solo linguistica, divenne aclicolf. Il termine colf è aclista. E
serve a dare dignità ad una categoria di lavoratrici donne che, quando andava
bene, erano chiamate domestiche, nel quotidiano per lo più erano chiamate
serve. Inizialmente era un fenomeno soprattutto veneto, poi principalmente la
mia Sardegna. Riuscire a trovare, per questa categoria di lavoratrici, un nome
che la rendesse dignitose, fu a mio parere una straordinaria invenzione. Ho seguito
la tesi di laurea di una mia studentessa, che è anche figlia di uno che ha
lavorato a lungo in ufficio studi, Nanni. E’ un tesi che meriterebbe una pubblicazione.
Le
Acli diventano una organizzazione che ha una sua visibilità. Non è scontato. Lo
diventano per la presenza sul territorio. Attraverso questo organismo che
creano: il circolo. Non vorrei su questo essere troppo pignolo, ma anche il
termine “circolo” è una invenzione linguistica ma è anche una invenzione
politica e culturale. Le Acli sono una organizzazione che non ha le sezioni.
Sezione rimanda al fatto di essere una parte di un partito. Il riferimento è
dall’alto. Circolo sta a indicare che si sta assieme, dal basso. Poi i circoli
acli, grazie a rapporti cordiali e intensi con l’organizzazione ecclesiastica,
in quella fase spesso su molti territori hanno ospitalità in parrocchie e
oratori, prima di avere sedi proprie.
Ma queste
sono le caratteristiche di questa particolare realtà organizzata.
Proseguiamo
con una carrellata di immagini.
Foto:
Con Papa Bergoglio siamo abituati, con Papa Ratzinger era comunque così. La
sensazione era che non gradivano particolarmente che ci si inginocchiasse
davanti a loro. Preferivano che la mano fosse stretta. Qui siamo in un altro
mondo e in altra epoca. Ma Pio XII è importante per le Acli, perché riuscì ad
individuare un ruolo nelle Acli e riuscì a renderlo esplicito all’esterno.
Acli: api operaie della dottrina sociale della chiesa. E’ bene ricordare che
Pio XII, a differenza del predecessore, non pubblicò mai una enciclica. Vi
torneranno a seguire altri. Ma in questa definizione delle Acli come api della
dottrina sociale c’è l’idea che sono le api a produrre il miele. Certo,
succhiano il nettare dei fiori, ma sono le Acli a produrre il miele. Il miele
poi assume colori e profumi diversi secondo del contesto in cui le api, se si
può dire, pascolano.
Foto:
un giovane aclista che girava l’Italia ed il suo ufficio era una valigia di
cartone in cui c’erano gli strumenti del suo servizio. E’ una foto che sta ad
indicare come le Acli abbiano funzionato per la militanza sui generis degli
aclisti.
Foto:
Vi prego di guardare le immagini. Due immagini di grande significato per la
storia italiana, ma anche del mondo. La prima, in basso a sinistra: la tv. E’
centrale anche per la formazione, il maestro Manzi diventa un mito ed un eroe,
ma la televisione diventa soggetto, non di consumo individuale, ma di nuove forme
di aggregazione.  I circoli Acli si
dotano di tv.
Foto:
Le Acli e il mondo. La storia diventa storia mondiale. La storia senza
interdipendenze mondiali diventa incomprensibile. Le Acli cominciano ad avere una
presenza organizzata nel vasto universo mondo dell’emigrazione. Dall’ America
latina all’ Argentina, alla Francia, al Belgio, poi Germania, Svizzera. Una
presenza che c’è ancora tuttoggi e che ad inizio 2000 si è voluto sottolineare
con uno dei congressi nazionali che si è svolto a Bruxelles.
Foto:
qui c’è un grande valore simbolico. La firma della Pacem in terris. Si vede
Papa Giovanni circondato da prelati, tra cui il futuro card. Samorè, uno di
quei cardinali fermamente e terribilmente conservatori e reazionari, che chiuse
il collegio in cui studiavo mandando via il Card Silvestrini, accusato di
essere complice o succube o istigatore degli studenti che lo avevano occupato.
La penna con cui Papa Giovanni firma l’enciclica forse più famosa, la Pacem in
terris (titolo che pur essendo in latino non è incomprensibile) fu donata dalle
Acli a Papa Giovanni.
Foto:
il decennio di Labor è dal 1961 al 1969. E’ il decennio di presenza organizzata
e di influenza sociale e politica delle Acli più grande nella storia di lunga
durata. Ha anche avuto una forte visibilità mediatica. Labor era
straordinariamente capace su questo terreno. Ma non era solo questo. L’ho visto,
facendo parte del ILO history project, a Ginevra, in archivio ho trovato
diversi fascicoli degli anni 60 in cui Labor interloquiva giornalmente con l’ILO.
Quando non aveva più argomenti chiedeva gratis una rivista, in cambio di una
rivista che le Acli pubblicavano a Roma, una consuetudine di dialogo poi allentata,
fino a quasi scomparire.
E’
stato il decennio, nella storia complessiva, di maggiore crescita complessiva e
civile. E’ stata la stagione dei movimenti e poi, nella prima parte degli anni
70, di grandi conquiste. E’ stato il decennio del Concilio Vaticano II e la
nascita della nuova realtà del cattolicesimo post conciliare. Una nuova realtà
in cui le Acli nuotano con più agilità rispetto alle chiusure e ai limiti dell’
età pacelliana. Labor sa interpretare tutto questo. Non sarebbe male, nei
prossimi anni, riuscire a rileggere questo periodo della storia delle Acli e della
storia italiana.  Quelli come me,  che erano ventenni allora, sono
particolarmente sensibili a quel periodo. E’ stato un decennio in cui, come mai
prima e dopo, ci sono stati giovani ventenni in campo. Il 68 non si spiega se
non anche con il fatto che c’erano tanti ventenni e pochi con più di ventanni
sopra di loro. E’ una fase di grande apertura. Con una chiesa che si era aperta
al mondo, con Giovanni XXIII e ancora di più con Paolo VI, che è il vero
pontefice della modernità. E’ la chiesa che comprende che i rapporti privilegiati
non li deve avere né con gli stati, né con i partiti, ma con le grandi
organizzazioni internazionali a partire dalle ONU. E’ il periodo in cui matura la
consapevolezza di autonomia e libertà dei laici e dei cattolici adulti.
Foto:
Gabaglio, giovanissimo presidente delle Acli. Era appena trentenne Gabaglio
quando diventò presidente delle Acli. Fu una presidenza corta, perché Gabaglio
deve scontare la crisi più profonda delle Acli, da parte di quella che viene
chiamata deplorazione. Segue una lunga travagliata stagione in cui è presidente
Carboni, che poi muore precocemente. Il figlio è responsabile dell’archivio
segreto vaticano ed ha grande nostalgia delle Acli e del padre.  Gabaglio ha una presidenza corta ma la sua
attività e il suo ruolo non finiscono con le Acli, entra in CISL e segue le attività
internazionali della CISL e diventerà segretario generale della confederzione
europea dei sindacati ,una sorta di CGIL unitaria del dopo guerra, su base
europea. In Cese Gabaglio è stato a lungo un autorevole dirigente ed ha riunito
le grandi famiglie del sindacato europeo.
Foto:
Qui, guardando le varie tessere, si vede come muta il linguaggio e come mutano
le immagini. Il mondo si fa più articolato, più libero, più lieve. E via via questo
compare anche nei manifesti, si può constatare il fatto che il paese Italia ha
subito una trasformazione profonda. Se nel 1971 il censimento ha fotografato una
Italia in cui la rivoluzione industriale aveva trionfato (oltre il 40% erano
operai dell’industria) il 1971 aveva anche certificato che il fenomeno secolare
della emigrazione si era interrotto. Nel 1971 il numero delle uscite
dall’Italia corrispondeva alle entrate, che erano costituite dai ritorni. I
decenni successivi videro il mutamento profondo e il diventare progressivamente
un paese di immigrazione. Non ci si rende conto subito. Occorreranno due
decenni. E’ agli inizi degli anni 90 che si inizia a ragionare su questo. Le
Acli lo intuiscono in anticipo. Un elemento simbolico, al vertice Acli colf
vien chiamata, dopo che nell’ultimo periodo c’era stata una sarda, una italiana
di prima generazione, lavoratrice immigrata da Capoverde.
Ma
torniamo agli anni 70. Non bisogna mai ragionare sui decenni come fatto
unitario. Gli anni 70 sono chiaramente divisi in due parti. La prima parte è la
prosecuzione del periodo precedente. Ci sono le conquiste. Come lo statuto dei
lavoratori. La seconda parte, che spesso erroneamente si ritiene connoti tutti
gli anni 70 e  persino il 68 e l’autunno
caldo, è la stagione nota come stagione del terrorismo. E il fatto più tragico
e nefasto, anche per le conseguenze politiche e culturali, è la prigionia e l’uccisione
di Aldo Moro. Non riesco ad essere indifferente, ho avuto Moro come professore
in Università e nella vita sono molto amico di Agnese e Giovanni. Mi
permetterei, anche in questo caso, se si riuscisse a coinvolgerli… sono due
persone straordinarie. Giovanni Moro ha scritto il libro più bello su quel
periodo. Nella mia laurea ho inserito appositamente un corso per lui, insegnamento
di cittadinanza attiva… Agnese Moro… la sua esperienza famigliare… I figli,
anche di famiglie cattoliche, continuando ad essere cattolici e praticanti, hanno
confessato di non aver mai votato per il partito dei padri, senza che questo
abbia mai comportato scombussolamenti famigliari. Vale anche per la figlia di
Cossiga. L’Italia era già cambiata. Spesso non ci si era resi conto, ma il cambiamento
era nei fatti.
Foto:
Uno di quei manifesti è fondamentale. Comincia a comparire il tema della pace come
uno dei terreni di maggiore attività e maggiore emozione nel lavoro delle Acli.
I
decenni successivi come vedete abbiamo preferito scomporli.
Foto:
un decennio decisivo, 89, spesso si è enfatizzato molto sulla caduta del muro
di Berlino e sulla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Allora si parò di fine
della storia. Nel senso di fine delle dinamiche che avevano caratterizzato
tutto il secolo. Oggi gli storici più avveduti tendono a ridimensionare i
grandi mutamenti economici e sociali e culturali, anche antropologici, del
termine. I mutamenti sono profondi e pervasivi, sono lenti nel tempo e negli
anni 90 cominciano ad essere percepiti mutamenti avviati prima.
In
Italia la rottura  è costituita dalla
fine di quello che Scoppola ha chiamato la Repubblica dei partiti.
Paradossalmente il primo a entrare in crisi è DC, che, ha differenza del PCI,
non doveva scontare la crisi del comunismo. Eppure è il partito che si dissolve
per primo. Un elemento di riflessione è, oggi, la constatazione che tutto questo
non era per la caduta del  muro di
Berlino e neppure per Mani Pulite. Non solo. C’erano processi in atto da prima,
che poi si manifestano.
Da
questo punto di vista la storia delle Acli è significativa, perché, se fate l’analisi
comparata tra i partiti politici e la rete dell’associazionismo cattolico
ufficiale, mentre i partiti tendono a scomparire o a scompaginarsi o ridursi
nella loro influenza e tessuto organizzativo, l’associazionismo tradizionale
cattolico resta, anche se ne esce fortemente ridimensionato, fino a diventare
quasi ininfluente nella percezione. Le Acli sono l’unica organizzazione, nata
ancora durante la guerra, cresciuta all’indomani, che resiste. Che continua ad
avere un peso organizzativo ed una presenza nella società civile di grande rilevanza.
Questo in qualche modo dovrebbe spingerci ad approfondire gli elementi
peculiari che ne hanno determinato il destino finora diverso da altre realtà.
Foto:
Mi fermo prima della storia recente. Ma mi fa piacere questa immagine di
Giovanni Bianchi. Voglio ricordarlo perché, con uno stile molto diverso da
Labor, più soft e pieno di ironie, è stato, non solo un presidente autorevole
ed amato, ma un punto di riferimento e un punto di incontro per associazioni,
realtà, e anche persone, quasi incredibile. Aveva una rete di contatti e una
capacità di influenza  straordinaria, la
sua morte prematura è un lutto profondo, non solo per le Acli, ma per quanti lo
hanno seguito, gli hanno voluto bene e sono stati colpiti dalla sua umanità e
dal suo pensiero profondo. Vorrei chiudere con Giovanni, resta tutta una parte
ampia, ma se ci invitate saremo molto lieti di intrattenervi sul nuovo
millennio in cui le Acli continuano ad operare e, io spero, a prosperare….