giovedì 16 novembre 2017

C'è domanda di fare cose che abbiano un senso



Appunti (presi in diretta e non rivisti dall'autore) dell'intervento di Mauro Magatti al 4° appuntamento di Animazione Sociale a Torino. 

Baumann, la società liquida, Marx, Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria.

Dove tutto sembra organizzato e funzionante, cosa animi?

L’uomo.
L’uomo è resiliente. Ha straordinarie capacità di resistere ed opporsi. Si adatta ma poi riparte.
L’uomo è eccedente. Gunter Anders. Eccedere vuol dire che abbiamo il baricentro fuori da noi. Andare oltre è il movimento dell’eccedenza. Non possiamo vivere senza eccedenza. Soffochiamo.
L’uomo è intimamente socievole. Gli esseri umani sono capaci di solitudine. Ma non sopravviviamo senza relazione con l’altro.

Il desiderio.
Siamo autorizzati a desiderare.
Mio nonno, panettiere, non ha mai voluto autorealizzarsi, non sapeva cosa volesse dire.
Mio nonno aveva desiderio di vivere e di fare cose dotate di senso.

Desiderio  e controllo.
Le due cose sono palesemente in contraddizione.
Desiderio è libertà, apertura, sorpresa.
Controllo è la sua negazione.

La pubblicità è sempre capace di cogliere e sintetizzare il senso del momento.
Qualche anno fa: Tutto gira attorno a te.
Oggi, la volvo: Finalmente puoi lasciarti guidare.

Oggi isolamento e paura.
L’uomo è resiliente e ricostruisce continuamente.
Oggi rischia di avere desiderio di uscire dalla complessità.
Di qualcuno da cui farsi guidare.

Il 2008 segna una cesura. La fine di un’epoca.
Non si tratta di tornare indietro al 2008.
Oggi si va da un’altra parte. Non sappiamo quale sia.

Noi non ci diamo il senso da soli.
Ce lo diamo sempre in relazione con l’altro.
L’autodeterminazione è una bugia.

Chi si appropria del PIL?
Temo moltissimo gli annunci, che si ripetono da anni, sulla famosa ripresa del PIL.
Come se fosse: il PIL è cresciuto di 1 punto e mezzo, quindi siamo fuori dai guai. Non è così.
Il problema non è stare a guardare di quanto aumenterà il PIL.
Primo, perché abbiamo dietro 10 anni di deserto.
Secondo, perché non siamo sicuri che la crescita possa continuare.
Terzo, soprattutto, perché: quel pezzettino di crescita, come si distribuisce?
Chi si appropria del PIL?
Se non c’è un riflesso immediato tra crescita dl PIL e ciò che succede al mio reddito (e non c’è) è normale che ci sia una riflesso immediato tra crescita del PIL e crescita della rabbia.
Oggi però c’è una grande occasione.
L’occasione precedente fu negli anni 70.
La risposta fu il neoliberismo, la finanziarizzazione.
Quel contesto storico è finito nel 2008.

Oggi siamo in una transizione: politica, economica, culturale.
Il capitalismo ha perso i suoi assetti.
Siamo alla ricerca di nuovi assetti.
E’ una fase cruciale.
Io nella mia vita sono sicuro che una fase così non succederà mai più.
Ai giovani magari succederà un’altra volta.
Ma per tutti questi sono anni preziosi.
Ci sono molti elementi fuori squadra.
Non dobbiamo farci rubare l’opportunità di questa transizione.
E non dobbiamo credere alla favoletta che aumenta il PIL e tutto a posto.
Che basta tornare indietro di qualcosa ed è tutto a posto.

Il desiderio è stato attivato.
Il 68 è stato: io voglio.
Di quell’”io voglio” però se ne è appropriato il capitalismo, ed è diventato consumerismo.
Consumo non è solo un aspetto negativo.
Consumo è socialità: il consumo è spesso un modo per stare con altri.
Consumo è identità: io sono (anche) ciò che consumo.
Consumo è riferito all’orgasmo. Consumare è consum.
Consumare è toccare la realtà.

Togliamo pure l’idea che il consumo sia solo negativo.
Il consumo, il desiderio di consumo, ti attiva, ma dopo, immediatamente dopo, genera una delusione. Quindi è una schiavitù. Una dipendenza.

La società dei consumi è questo.
E’ stato trovato un meccanismo davvero potente per far girare il sistema.
Non è qualcosa di superficiale.
Per questo il modello ha funzionato.

Questo modello, che non funzionava già più, la finanza l’ha reso possibile per un altro po’.
La finanza ha reso possibile, attraverso il debito (pubblico e privato) star dentro in questo processo, anche senza produzione.
Il 2008 ha interrotto quel circuito. Anche da punto di vista economico e politico.
Oggi siamo alla ricerca di un nuovo modello, anche su piano macro, non solo micro.

Bisogna prendere sul serio la questione del desiderio, che poi è il desiderio della libertà.

Il desiderio può essere consumo.
Ma può essere generatività.

Idea di generatività sociale. Presa da Erickson.
Che diceva: dopo la fase adolescenziale, esplorativa e acquisitiva (quella del “tutto il mondo gira attorno a te”). Ci si trova ad un bivio: o stagnazione o generatività.
Che le società oggi siano stagnazione è evidente.

Generatività è mettere fuori.
Consumare è mettere dentro.
Generatività è un concetto più ampio del concetto di creatività.
Più ampio dell’idea economicistica di iniziativa e di imprenditività.
E’ il movimento speculare del consumare.

Generatività è fatta di 3 momenti.
La premessa è il sogno. Non generi se non ti immagini un oltre.
Il punto di partenza è il desiderio. Di qualcosa che non c’è e che può coinvolgerti.
Anna Harendt diceva che la libertà è far incominciare.

L’idea fondamentale per andare oltre la società consumeristica è questa: noi siamo fatti per incominciare. Ciascuno di noi è fatto per incominciare. C’è desiderio, c’è realizzazione.
Perchè una volta che si comincia, ci sia appassiona a ciò che si fa nascere.
Può essere il figlio, può essere un’impresa, gli allievi…

3 momenti e movimenti fondamentali:
Mettere al mondo
Prendersi cura
Lasciar andare.

Si gioca tutto qui.

Ci siamo accorti che molti che erano capaci di compiere questo movimento erano persone che avevano subito un trauma. Che avevano vissuto la morte di un figlio, di un coniuge. Come mai è più facile entrare in questa logica per chi passa da un trauma, rispetto a chi ha una vita ordinata? Perché generare ha a che fare con il perdere.

Il consumo ti dà la sensazione che puoi controllare. Che puoi gestire tu.
Quando metti al mondo invece sei di fronte ad un dilemma. O gli metti le mani sopra. Lo controlli. Pensi che sia proiezione di te. Tenti di dominarlo. Cioè di ucciderlo. Di negare il movimento da cui sei partito.

O accetti che, un po’ per volta, l’unico modo per cui ciò che hai generato possa sopravvivere è far passare, accettare che andrà oltre i tuoi limiti. Non per bontà. Ma perché questo è il dilemma dell’esistenza.

O decidi di stare al gioco del controllo o entri in logica in cui la perdita è la via attraverso cui tu ti realizzi.

Perché la vita sociale si svolge nel tempo.
Noi siamo limitati.
Noi non possiamo controllare tutto.
Il capitalismo dice che duriamo in eterno, che possiamo controllare tutto.
Il capitalismo resiste perché attiva punti profondi.
Ci attiva come individui, ma ci incastra in una relazione che tu stesso hai creato.

L’ipotesi su cui stiamo lavorando è trovare il modo per fare un passettino oltre la società dei consumi e non infilarci nella società della volvo, che è il prossimo passo, l’essere totalmente in balia di quello che noi stessi consegniamo agli altri attraverso le tracce digitali di ciò che facciamo.

Per ancorare questo passaggio a qualcosa d’altro dobbiamo trovare un punto che sia antropologicamnte molto profondo.

La comunità, certo, è un punto sacrosanto.
Ma faccio sempre fatica a capire come si fa a passare da una società individualizzata (che è quella che abbiamo) ad una società comunitaria.
La generatività è un passaggio intermedio. Parte dall’individuo. Lo accompagna nella sua esperienza di fare un percorso di alterità.

La generatività parte dal prendere atto di essere di fronte ad una ingiustizia.
La tua risposta di fronte all’ingiustizia non è accettare, non è indignarti. La tua risposta è iniziare qualcosa che oggi non c’è.
Ci si deve impegnare come persone. Poi diventa paradigma organizzativo.
Sposta l’accento da una disposizione soggettiva ad un modo di essere delle organizzazioni. www.generatività.it   

Leggere la crisi come un’opportunità, non solo come una sfiga.
Non si tratta di tornare al 2008.
Non si tratta di aggiustare una macchinetta e farla ripartire.
Proviamo a ragionare, guardando alla realtà, su quale può essere l’assetto diverso.
Il geometra del video, ha suscitato anche empatia, perché, poverino...
I geometri hanno fatto ciò che hanno potuto nell’Italia del dopoguerra.
Le case di periferia costruite da quel geometra non erano belle.
Ma mio nonno, panettiere, non si poneva il criterio della bellezza.
Oggi possiamo porci questioni nuove. E questa è una oppotunità.
E dobbiamo farlo.
Ma lui, allora, ha fatto ciò che ha potuto.

Non esiste una economia che stia in piedi senza un’edilizia decente.
In Italia che case costruiamo? Per chi?
Ne abbiamo già costruite in modo eccessivo.
Mercato edilizio è a zero.
Smettiamo di costruire? E’ una soluzione.
Oppure, abbiamo partiamo dal fatto che abbiamo costruito case, solo  con i geometri, in un certo modo, per un certo tempo. Oggi abbiamo l’opportunità di porci almeno 3 grandi problemi:
-       sostenibilità ambientale. Quelle case non avevano responsabilità ambientale. La questione non c’era. Ma oggi c’è.
-       Sostenibilità del welfare. Abbiamo un cambiamento del modello demografico. Dobbiamo costruire modelli di abitare in cui la socialità ritorni dopo la stagione industriale. Le Courbusier, ha preso il modello fabbrica e con un’ideona ha fatto i grandi palazzoni anni 70. Unità funzionali. Il modello industriale dell’abitare.
Oggi abbiamo bisogno di un modello post industriale dell’abitare.
-       Bellezza. Oggi possiamo porci l’idea della bellezza.
Ma queste sono questioni che non sono affrontabili se il mercato della casa è solo il mercato privato. In cui il singolo vuole comprare la casa. Tu puoi fare emergere la domanda che c’è, di abitare, se riusciamo a capire che il nostro benessere non è solo individualizzato, ma ha a che fare con ciò che sta tra noi.

Ci sarà sempre un pezzo di mercato individualizzato.
Ci sarà sempre un pezzo di risorse gestite dallo stato.
Ciò che interessa è ciò che sta a metà tra queste.

Welfare.
Nato come compensazione.
In quanto società civili (cioè europee) noi decidiamo che chiunque fa parte della nostra comunità non sarà abbandonato se sarà in difficoltà. Se malato lo curiamo, se anziano diamo una pensione, se bambino lo seguiamo…

Negli anni 70 questo modello ha iniziato ad entrare in crisi.
Nell’epoca che abbiamo alle spalle il welfare è andato verso il mercato non solo perché c’è stta crisi di risorse. Ma anche perché tutti abbiamo iniziato a pensare che siamo portatori di domande individuali di welfare.
Il mercato ha detto: consideriamo il welfare come una prestazione.
Rendiamo più efficiente e massimizziamo le prestazioni.
In questo schema lo stato non ci sta dietro.

Anche perché la domanda di welfare è infinita. Non si satura.
Se stai bene, vuoi stare meglio.
L’idea che la sfera pubblica possa rincorrere semplicemente il mercato è impossibile.

Il tema è:
del welfare deve occuparsi solo lo Stato? Solo il mercato?
O recuperiamo una dimensione di socialità che il welfare deve avere?
Se il welfare non ricostruisce legame sociale è destinato a consegnarsi al mercato.
Se il welfare ha come finalità non solo quella di rispondere ad un bisogno individuale ma anche quella di essere costruttore di socialità, di rinsaldare un patto, allora il mercato non è sufficiente.

C’è spazio oggi per una socialità ed  un welfare più avanzato? La risposta è si.
La dimensione del prendersi cura, dell’essere parte, è fondamentale per il welfare pubblico/privato. Non sto solo parlando di terzo settore.

Oggi, già in Italia, la ricerca sul bilancio di welfare di famiglie italiane ci dice  che ci sono più di 40 miliardi di euro di reddito famigliare impegnati in questo.
Se nessuno fa niente, ciò che succede è che arrivano capitali stranieri. Vanno nelle comunità. Mettono dei baracchini. La gente va. Compra servizi low cost. Le comunità spendono. I ricavi se ne vanno. Le comunità restano dissanguate. E non si produce niente.

Oppure le comunità, i pezzi di terzo settore che diventano intelligenti, aggregano la domanda, creano una offerta nuova, senza paura di creare innovazioni (non solo cooperative sociale, anche nuove forme). Non bisogna solo dipendere da trasferimenti di ente pubblico. C’è già lo spazio…

Le imprese cosa fanno? Sistemi di secondo welfare per i dipendenti.
In Italia la maggior parte sono microimprese.
Le microimprese non possono farsi un servizio di secondo welfare.
O lasciano i propri lavoratori senza niente.
Oppure si limitano ad acquistare i servizi.
Oppure qualcuno si prende la briga di aggregare anche questa domanda.
Possono essere soggetti associativi. Ma devono essere mediatori.
E devono essere mediatori locali. La mediazione è oggi fondamentale. E non può che essere locale.

Dove va il discorso?

Sono due le ipotesi fondate nella realtà che ci permettono di pensare: sostituire lo scambio finanza/consumo con lo scambio efficienza/sicurezza e sostenibilità/contribuzione.

1.    Lo scambio finanza/consumo si può sostituire con lo scambio efficienza/sicurezza.

Una volta che non funziona più il trucco  della finanza, per cui l’idea era che l’espansione poteva essere all’infinito, il capitalismo sta cercando di capire cosa fare. La grande partita passerà con il digitale. La società digitale sta nascendo. Sotto i 50 anni tutto è digitale. Ormai tutto è registrato. Sono stati fatti esperimenti. I big data, capacità di lavorare su tracce digitali che lasciamo. Oggi, se hai un problema al rene, chi vi osserva se ne accorgerà prima di voi. Perché se va a cercare delle cose online, se compri certe cose, se…. Vuol dire che hai un problema al rene. Tu non sei in grado di osservare questi dati, di incrociarli e di accorgertene. Chi ci osserva se ne accorge. La questione digitale è serissima. Siamo in un passaggio simile a quello industriale. La rivoluzione industriale è stato: da produzione diffusa, si è passati a produzione in un unico punto, governato da qualcuno.  L’operaio che entrava in fabbrica si aliena perché sta in uno schema che non controlla più. Il non controllo è l’alienazione. Ancora prima che lo sfruttamento.

Digitalizzazione è simile ed opposta. Ciò che può accadere è che si cominci a pensare (e che sia effettivamente possibile immaginare) la società nel suo insieme come ad una fabbrica.
Si diffonde lo smart working? Benissimo, si risparmiano tante cose. Peccato che il lavoro che fate da casa sia molto più controllato di quello che fate in ufficio. In ufficio ci sono tante dimensioni che sfuggono al controllo. Invece quello a casa è controllato al centesimo.
La moglie di mio figlio, in svizzera, ha lavorato per uno studio di architettura in cui tutto passava da computer e telefono. Potevano usare solo con archivio condiviso. Tutto era tracciato. E anche se erano nello stesso ufficio si parlavano con il computer. Alla fine se né andata. La digitalizzazione è una questione serissima.

Per ora ci sono i populismi, che non sanno dove stanno andando. Ma quando quella spinta populista si lega con la digitalizzazione e ne viene fuori un progetto serio, la cosa diventa complicata.

Dietro i populismi c’è un’epoca cambiata, il sistema non si espande più. Il grande mito è caduto, la gente vuole essere protetta e rassicurata. La domanda è di legame sociale.
Non guardiamo con disprezzo a quella cosa lì. La gente chiede di rimettersi insieme. 
Il legame sociale può essere buono o coattivo. Repressivo o progressivo.
Se lo lasciamo  a se stesso, sarà per forza un modo repressivo.

2.    E con lo scambio sostenibilità/contribuzione.

Non tutte le imprese si mettono sulla strada della sostenibilità. Ma molte imprese, soprattutto  quelle più avanzate, capiscono che può essere sensato accettare profitti meno elevati domani mattina, per avere stabilità dei profitti nel tempo. Non sono diventati buoni. Fanno un ragionamento economico. E’ un compromesso. Ma gli equilibri storici nascono sempre da un compromesso. Le stesse imprese capiscono che la fantasia di andare avanti da sole non sta in piedi. Vedono che l’economia ha bisogno di ricostruire un rapporto con la propria società.

L’idea di sostenibilità, da sola, non si potrà reggere, se non alleandosi con l’idea di contribuzione. Contribuzione è un termine meno provocatorio di generatività sociale.

Tra i giovani certamente, ma anche tra di voi, c’è una domanda di contribuire, di far parte di qualcosa che ha senso, di essere riconosciuti per ciò che si sa fare.  Nei confronti delle imprese non c’è solo domanda di salario. C’è domanda di fare cose che abbiano un senso. È un desiderio latente, che riprende la vecchia idea di partecipazione, su basi nuove. La digitalizzazione può renderlo un progetto sociale. E’ vero che la digitalizzazione può portare la società verso il controllo totale, ma è anche vero che è una infrastruttura tecnologica che può massimizzare la capacità di contribuzione delle persone. Possiamo immaginare forme di vita sociale completamente nuove.

Siamo in un cambio di paradigma. 
Per 50 anni siamo andati avanti con l’idea che consumando producevamo ricchezza.
Per un certo periodo è una affermazione vera. Per la Cina sarà ancora vera per un po’.
Ma oltre una certa stagione di evoluzione questa affermazione è falsa.
La finanziariazzazione è stato un trucco per tenerla in vita. Ma è falsa.
Con la crisi abbiamo l’occasione di invertire la logica della relazione.
Solo le imprese, le organizzazioni, le comunità, i paesi che rimettendosi insieme, trovano il modo di produrre valore (che sia economico, ma anche sociale, di senso, ambientale, educativo).  Solo chi produce valore, rimettendosi insieme, potrà stare al mondo in un contesto complesso come una globalizzazione 2.0.  Solo chi produce valore potrà sostenere i consumi.
Non sarà più vero l’inverso. Consumare non produrrà valori.
Sarà necessario concentrarsi sulla produzione di valore, avendo la capacità di allargare l’idea di valore da solo economicistica a più ampia.