martedì 24 aprile 2018

Una società disprassica...


Negli ultimi tempi in famiglia ci è capitato di avere a che fare con disturbi di coordinazione motoria.

Ma cosa sono?

L'intelligenza c'è.
I muscoli funzionano bene.
Eppure c'è difficoltà a ideare, programmare e realizzare le azioni. Comprese azioni molto semplici.

E anche quando un'azione nuova si apprende, non si creano automatismi.
Per cui rifarla la seconda volta non viene da sè.
Richiede comunque un tot di energia e di concentrazione.

E siccome siamo un tutt'uno di corpo, spirito, pensieri, emozioni... questo non influenza solo il modo di muoversi, ma anche una serie di fenomeni di auto percezione, di comprensione dei concetti e di relazione con gli altri...

Nel nostro caso non è niente di particolarmente grave. Ma ci ha richiesto e ci richiede qualche fatica. La fatica più grossa, o quanto meno la prima grossa fatica, è stata la comprensione. "Che sta succedendo?" Adesso che, almeno in parte, mi pare di aver "digerito" la questione, vedo che questa esperienza fa nascere suggestioni di comprensione nuove, ed è per questo che ne parlo oggi.


Se devo commentare le ultime elezioni e la situazione in generale, mi pare di vivere in una società con disturbi di coordinazione motoria. Abbiamo gli strumenti, abbiamo le possibilità. Eppure non riusciamo (più) a fare cose che erano apparentemente semplici e che (prima) andavano sostanzialmente in automatico. Non funziona la convivenza (nemmeno tra simili), non funziona l'educazione. Non funziona il lavoro. Non funzionano i diritti. Non funziona la politica. Non funziona la democrazia. E ce ne accorgiamo un po' tutti, ogni giorno. Nel piccolo come nel grande. E ci sembra che non funzioni ogni giorno di più.

Vedere che non  si riescono a fare cose apparentemente semplicissime è spiazzante.
Come vedere che non si riesce ad imparare a tagliare la carne o a fare il segno della croce.
Lo dici. Lo fai vedere.
Che ci vuole? Le braccia le muovi. I movimenti singoli li fai.
Lo fanno tutti. Che ci vorrà a fare così?
E lo ridici. Lo rifai vedere. Niente!
Un po' ti arrabbi. Un po' l'altro si arrabbia. O svicola.

Quando ti trovi davanti alla scena così, ti viene da pensare che l'altro sia stupido. O che sia oppositivo, che lo faccia apposta, perchè ce l'ha con te. E questo ti fa perdere la pazienza. E ti fa arrabbiare. E' umano arrabbiarsi. Ma naturalmente arrabbiarsi non provoca nessuna migliore comprensione della situazione a te. E non provoca nessun apprendimento nell'altro.

Diciamo che la gente vota per rabbia e rancore.
Perché la gente oggi si arrabbia? Perchè si è fidata. Ha seguito le indicazioni. E non funziona!
E allora pensa che forse le indicazioni siano state date sbagliate appositamente.
E gli viene persino il dubbio di essere stupida. Ad essersi fidata, finora.
Ed è un circolo vizioso.

Siamo tutti spiazzati. Tutti non capiamo. E arrabbiarsi è una reazione normale.
Non utile. Ma normale.

Di fronte alla rabbia altrui che si fa?
Si può arrabbiarsi di più, perdendo lucidità e mandando in escalation i conflitti.
Si può negarla, facendo qualcosa di ancor più violento, che porta l'altro alla pazzia.
Si può decidere di restare freddi, e cavalcare opportunisticamente la rabbia e la scarsa lucidità altrui.
O si può decidere di fare la fatica di decostruire quell'arrabbiatura nostra e altrui.

Perchè dove c'è passione c'è anche la rabbia.
In fondo la rabbia è segno di vita.
Ma la rabbia va decostruita e trasformata in energia.
Dobbiamo accettare di farla, la fatica di questa trasformazione. Partendo da noi.

E quindi? Cosa funziona invece? Cosa possiamo fare?

Quello che io sperimento, nel mio piccolo, è che prima di tutto funziona esserci. Stare.
Stare comunque, anche riconoscendo che noi la soluzione per fare le cose non ce l'abbiamo.
Non avere la soluzione non significa essere inutili. A nessuno piace sentirsi inutili ed impotenti.
E di fronte a questa sensazione si tende a fuggire. O a dare la colpa all'altro.
Invece restare. Esserci. E capire che non c'è corrispondenza tra non avere la soluzione ed essere inutile. E' il primo passo.

Esserci serve a fare compagnia. A non lasciare solo. A restituire all'altro l'autostima e la fiducia in sé.
Ed è da quella fiducia che nasceranno le soluzioni.
"Io non lo so come si fa. Ma so che tu troverai la tua strategia per farlo. 
Con i tuoi tempi e i tuoi modi. Ne sono sicuro!. 
Ciò che posso fare è allestire spazi e situazioni ed opportunità perchè tu abbia le migliori condizioni possibili per cercare e costruire la tua strategia.

Che poi, una strategia non è un interruttore. E' un processo, progressivo. Fatto di prove ed errori. Di salti in avanti e rallentamenti. E se niente è automatico... niente è automatico!
Ma è un processo progressivo, in cui ogni passaggio (in qualche modo) si nutre del precedente. Magari prima si riesce ad allacciare le scarpe. Da allacciarsi le scarpe viene l'arrampicare sugli alberi. Dall'arrampicarsi viene il leggere l'orologio. Dall'orologio l'andare in bicicletta. Dall'andare in bicicletta arrivano le tabelline... e così via...

La fase che stiamo vivendo è talmente complessa, confusa e liquida che ci sembra che non funzioni più niente. Ci sembra che tutto si stia disfacendo. Ed in parte è così. Ma arroccarsi, arrabbiati e delusi, pensando che la gente sia stupida o cattiva non serve a niente. Non mette in moto nessun processo di cambiamento. E non fa che nutrire il disfacimento. Come non serve a niente pensare "Le mie soluzioni sono giuste, forse devo solo dirle in modo differente".

Serve esserci. Nel quotidiano e nelle occasioni che capitano. Come nell'assemblea dei lavoratori di Foodora che si nominava prima. Ma non solo. Esserci riponendo fiducia nell'altro. E in ciò che si produce partendo dalla realtà.

Quando pensiamo a noi come dirigenti, a volte dimentichiamo che noi siamo anche persone. E che il nostro essere persone è qualcosa di molto prezioso e molto potente. Prima di organizzare e di chiedere ad altri di fare, possiamo noi stessi esserci, stare. Pensiamo a quanti siamo in questa sala oggi. Se noi scegliessimo di fare un gesto semplice, tutti, nel nostro quotidiano sparso per l'Italia, che impatto avrebbe! E che piccolo investimento organizzativo ed economico che richiederebbe, in fondo!

Noi possiamo esserci come persone e come organizzazione.
Possiamo allestire luoghi ed occasioni in cui le persone possono cercare e costruire le proprie strategie. Magari una volta è farsi un favore tra mamme di classe nell'accompagnare i figli a scuola. Magari un'altra è trasformare liti tra padri nello sport. Magari da lì nasce una piccola iniziativa comune per evitare la chiusura di un parco. Un'altra volta una battaglia per un diritto... e così via...
Ci chiediamo cosa fare di fronte all'attuale situazione politica? Io dico ripartiamo dalle persone e dal mettersi assieme per risolvere i problemi.

Noi, come persone, siamo anche noi portatori di bisogni.
Perché è dal mettere assieme i propri bisogni che nascono i movimenti.
E se non lo siamo, se noi qui non abbiamo le urgenze di bisogni cui trovare la soluzione, vuol dire che c'è qualcosa che non va nel nostro processo di aggregazione e di selezione della classe dirigente.
Al di là dei numeri dello sviluppo associativo.

Noi, come organizzazione, possiamo essere parte della promozione di servizi nuovi, ripensati a partire da ciò che si muove. Dal movimento. I Patronati hanno come condizione l'essere promossi da organizzazioni di lavoratori. Ci sarà ancora un senso in questo principio?
Ma questo poi ha conseguenze organizzative. Servizi non come sistemi fordisti lineari, in cui a clienti e operatori viene chiesto solo di eseguire il compito assegnato. Ma sistemi di partecipazione in cui a cittadini ed operatori viene chiesto di mettere in campo tutte le energie e competenze per costruire, di volta in volta, artigianalmente, il prodotto o il servizio che serve.

Che poi, metafore personali a parte, la riflessione sul superamento del sistema di aiuto come detentore unico della soluzione, attraversa il welfare, non da oggi.

Prima qualcuno diceva: non dobbiamo pensare che il mondo giri attorno a noi. Vero. Ma non dobbiamo pensare nemmeno che noi giriamo attorno al mondo. Noi non siamo altro, dal mondo. Noi siamo immersi nel mondo. Siamo fatti della stessa materia. Quindi le dinamiche che attraversano la società sono le stesse che attraversano noi. E dentro di noi dobbiamo fare le stesse fatiche che pensiamo di dover fare fuori.

Non si può che rinascere da qui. Secondo me.
O almeno questo è ciò che oggi mi viene, a partire dall'esperienza che vivo.

Che poi, nell'ultimo anno, mi è capitato di tornare a fare l'assistente sociale con i minori stranieri non accompagnati e di riflettere sulla figura dei tutori. Ne parleremo un'altra volta. Ma anche quella credo sia un'occasione che possa attraversare le Acli. E' anche giusto, come si diceva, aver cura dei processi dei dirigenti. Ma è anche vero che vivere solo qui dentro non aiuta il maturare pensieri e forme di comprensione nuova.

Vivere, almeno un po',  fuori da qui, credo migliori anche ciò che si fa qui.

(ricostruito a posteriori, perchè sono andata a braccio, questo è più o meno il senso dell'intervento fatto in CN ACLI nel dibattito sulla situazione politica)