lunedì 9 luglio 2018

Si eravamo un popolo...da mo' ch'eravamo scesi in piazza!



Una giornata in un Municipio della Capitale, per la Carta d'identità...

Ore 4.30 papà è davanti al Municipio.
È terzo, segnala via messaggio.
Il primo è un ragazzo, arrivato alle 3.30.
Il secondo un signore di una certa età, con moglie bulgara, appena diventata italiana.
Mano a mano arriva il resto della gente.
I numeri (informali) proseguono abbastanza ordinatamente. E tra gli astanti ci si scambia chiacchiere, aneddoti. Comincia a scattare come un senso di essere compagni di trincea. 

Ore 6.30 si aprono i cancelli. E la fila si trasferisce in cortile.
Il servizio (informale) di consegna numeri passa di mano in mano tra primo, secondo e terzo. Funziona. C'è sonno. E attesa.

Ore 7.30 arriviamo anche noi tre. Facciamo le foto alla macchinetta.
Siamo pronti per la prima forca caudina.
Sarà accettato il nostro principio di urgenza?
L'attesa cresce. Assieme alla fame. Al sonno. E al bisogno di far pipì. 

Ore 8.30 apre l'ufficio accoglienza. Le persone in attesa sono circa 70.
Non si può chiamare fila, ma l'ordine di entrata regge. Anche su una base di verifica reciproca.
L'uomo con il cartellino chiede che sussista l'urgenza. E poi assegna un numero, stampando dalla macchinetta. 
I numeri a disposizione per oggi per le Carte d'Identità, dice, sono 5.
Uno al primo ragazzo, appuntamento alle 9.20.
Uno al secondo signore, alle 10.20.
Terzo e quarto a noi. Alle 11.15 e 12.10. 
Due figli, due numeri.
Il quinto pare uscito dalla macchinetta, ma non si capisce assegnato a chi.
Primo livello di polemica. 

A tutti gli altri viene detto di tornare.
Qualcuno cede. Tanti si rifiutano.
5 numeri sono troppo pochi.
E poi chi è il quinto?
Rimonta la polemica. Secondo livello di caos.
Alla fine la soluzione è: prendiamo i nomi. Quando arriva la responsabile decide. 
La distanza non è più solo tra cittadino ed istituzione. 
E anche tra cittadino ed operatore pubblico che rappresenta l'istituzione.

Ore 9.00 aprono gli sportelli.
Ci si trasferisce all'interno.
Il cartellone luminoso oggi funziona.
E chiama con codici di combinazioni di 6 lettere che sembrano incomprensibili. 
La chiama per chi ha prenotato mesi fa con Tupassi va per lo più a vuoto. Ma non sempre. 
Il numero uno e due della coda mattutina sono chiamati anzitempo. 
Poi interrompono gli anticipi. Ma restiamo fiduciosi. 

Ore 9.30. Di tanto in tanto, compaiono persone che con estrema non chalance riescono a passare in mezzo e a farsi chiamare. Fanno la carta d'identità cartacea. Non l'elettronica. Ma escono con un documento. Magari c'è un criterio. Ma non si capisce.
Qualcuno tra questi è anche parte del gruppo in attesa di verdetto. E reciprocamente ci si controlla e ci si riconosce.
"Perché passano, che sono arrivati dopo?"
"Vi facciamo un favore, facendo passare chi non ha appuntamento. E voi vi mettete a litigare per l'ordine?".
Adesso non passa più nessuno, si aspetta la responsabile.
Dalla distanza al conflitto. Il passo è breve.

Ore 10.30 arriva la responsabile.
Si mette sulla porta e passa in rassegna tutte le situazioni sospese.
"Potremmo seguire l'ordine dei numeri che abbiamo preso tra noi stamattina". Prova a suggerire delicatamente un signore con accento napoletano.
"Ah, mo' comandate voi?" ribattono stizzite da uno sportello. 
"Non mi permetterei mai di dirvi come organizzare il vostro lavoro, era solo un'idea...".
Fatto sta che ogni criterio di ordine salta. Insieme alla trasversale solidarietà di gruppo.
Il conflitto non è più solo tra cittadini e operatori. Ma anche tra cittadini e cittadini. 
Sarà che (a vista) si direbbe che gli italiani sono oltre il 95%. Ma, per ora, il conflitto non segue correnti "etniche". 

Ore 11.00. Nel disordine complessivo, ogni tanto compare qualche persona visibilmente disabile o visibilmente molto anziana e spersa.
Dopo un minimo di attesa tattica, tra operatori, per vedere a chi tocca, qualcuno se ne fa carico.
Senza un criterio specifico, pare. Per pura umanità. 
"Non ci capiamo noi, in questo bordello. Come potrebbero loro". 
Nessuno ha niente da ridire. Almeno per ora. Sospiro di sollievo. 

"Se mi spiega. Volevo solo capire quale era la regola". Chiede ad un tratto un uomo. Anziano, ma non così tanto da rientrare nella categoria della pietas.
"Qui non c'è nessuna regola, non l'ha ancora capito?". Gli rispondono con sarcasmo da un altro sportello. 
Non sembra lo sfogo di un lavoratore stressato. 
Sembra un momento di onestà e lucidità dell'istituzione.

"Chi è di un altro municipio, niente. 
Chi è di questo, è del tutto senza documenti, ha davvero urgenza... prendiamo il nome ed attende. Se c'è posto, prima della chiusura delle 13, lo chiamiamo. Ma cartacea, non elettronica". 
"Sul sito c'è scritto che si può andare ovunque. Pure su quello nuovo del Ministero.
Io a Torbellamonaca non ci voglio andare.
Lì finisce sempre che devono chiamare la polizia per sedare la gente arrabbiata...".
"Ma o vedi come stamo messi? Ma te pare che stamo a guarda i siti, qui?".
Crolla anche l’ultimo appiglio di certezza della fonte di diritto.

Ore 11.15 ci chiamano. Sportello 2.
Informazioni, moduli, firme. 22 euro x due.
Circa 5 minuti e ci siamo.
"Attendete, vi chiamano, col nome". 

"Vi hanno chiamati?" Chiedono ad un'altra famiglia. 
"No, hanno chiamato degli stranieri" Risponde quella. 
Eccolo. Iniziamo. Penso. Invece la sfumatura resta lì. Sospesa nell'aria. 
Senza che nessuno la raccolga.  

Ore 11.30 "Carnevali?" Sportello 13. Stanza sul retro. 
Ne usciamo che è passata un'ora.
Nel mezzo: il sito del ministero che non va, la rete internet che salta, le informazioni non salvate da reinserire, la carta della stampante che finisce...
Il momento di stallo completo. In cui pare che ormai l'occasione è persa, forse la cartacea, ricominciando da capo. Ma senza internet non è detto che nemmeno quella... 
E il momento di luce. “Firefox va!” (letto come è scritto). E di corsa a fare tutto prima che salti di nuovo.

"E' tardi, ma mi ha detto di aspettare, che prima di chiudere forse trova un modo di farci passare" aggiunge sottovoce la signora numero provvisorio 7. Lasciata ancora in attesa, quando siamo usciti. 

Dal gruppo all’individuo.
Dalle regole al caos.
Dal diritto al favore. 

"Se eravamo un popolo, da mo’ che eravamo scesi in piazza!". 
Ha commentato qualcuno. 
Non so se manifestare sia sufficiente. 
In realtà tutto ciò che inverte (o anche solo rallenta) una di queste tre tendenze, mi pare utile, al momento.