venerdì 24 maggio 2019

Worthiness, unity, numbers, commitment




Le tecniche di comunicazione di massa dei movimenti sociali in fondo sono semplici. Non ha alcun senso che Tommaso dica: adesso io vi dico una cosa. Ciò che dico si perderà. Posso essere gratificato, ma si perde. Ha senso se il mio ex compagno di scuola mi chiama e mi dice: guarda che c'è questa iniziativa, ci dai una mano? Proviamo a passare da 4 gatti a 200.000 persone? Quale è la condizione di fattibilità? 

Worthiness, Unity, Numbers, Commitment. 

  • Worthiness. Il giusto valore. Per coinvolgermi il mio vecchio compagno deve riuscire a dirmi quale per lui il senso, il significato e la prospettiva di questa azione. 

  • Unity.Ci mettiamo e la facciamo in tanti. Non mille messaggi diversi, un messaggio, scelto insieme. 

  • Numbers. Non solo unità di chi c'è già. Capacità inclusiva. Capacità di portare, ciascuno, uno in più.

Conversazioni inclusive



L'Associazionismo ha ritenuto di non avere base sociali in grado di fare elaborazioni. Per fare quello che Ernesto (Preziosi ndr) chiamava mediazione culturale. Raccogliere una domanda e interpretarla alla luce di valori e fare proposte di policy, l'associazionismo se ne è chiamato fuori. Oggi o paga i professori per farlo, ogni tanto, o si è chiamato fuori e si è messo in una posizione moderna e decadente della critica. E ha stabilito un rapporto con la politica in termini di critica.

La critica ha anche un valore. Anche nel mondo cattolico. L'Etica della negazione. Dire che ci sono governi che non hanno nessun rispetto degli esseri umani e che animalizzano alcuni per poter chiudere meglio il contesto, è un atteggiamento di critica che è anche giustificato. Ma è inadeguato rispetto alla situazione di democrazia conflittuale. In cui i cittadini valutano il rappresentante sulla sua coerenza e sulla sua capacità di dare simboli di efficacia. Nel momento in cui le organizzazioni si limitano a dire “non sono d'accordo con” a parte essere sempre al traino da una agenda definita da altri. A parte essere additati come quelli che fanno solo ironia e si lamentano senza fare. Restano comunque dentro una forma di presenza nella sfera pubblica che non è creativa.

Il problema è se siamo ancora nella sfera pubblica costruita attorno ai media a fine 800 e che vedeva nel protagonismo dei corpi intermedi una risorsa di riflessione. Come funziona: succedono cose, ne parliamo e questa conversazione fa la ricchezza dei punti di vista e permette di elaborare e andare avanti. Questa cosa qui si è contratta, di ciò che accade non ne parliamo più tutti. Non ne possiamo più parlare tutti. Perchè non c'è più una piattaforma comune. Le condizioni di vita sono talmente migliorate e poi peggiorate che il tempo dell'apprendimento collettivo attraverso la conversazione (tempo sano della politica, che in maniera moderata, si confronta, elabora e aggiusta le cose) non è più il tempo della dinamica elettorale. La dinamica elettorale se ne frega dell'appartenenza, della discussione, vuole segni di efficacia.


Io vivo a Parigi, in un isolato molto ricco, di un quartiere estremamente povero, in una città molto ricca. Vuol dire che vivo nella città più ricca d'Europa. Essere poveri nelle città ricche è una cosa incasinatissima. Nella mia parrocchia va a messa l'1% della popolazione. Quelli che vanno sono per lo più giovani, sotto i 40 anni e certamente più bambini che anziani. In media a Messa ci sono 60-70 bambini sotto i 10 anni, di cui 2-3 bianchi e gli altri di altre origini. L'obiettivo della parrocchia è ricostruire un luogo di spiritualità, una comunità di incontro con Cristo. Niente di palesemente sociale. Ma è difficilissimo già trovare catechisti, aprire la chiesa ogni mattina, trovare i banchi su cui fare sedere i bambini a catechismo, trovare le tende per far fare le vacanze agli scout, dare da mangiare a chi ha fame, negoziare l'economia per avere dei preti (magari un prete pensionato, così non devi pagarlo con i soldi dei credenti. La maggior parte delle parrocchie in Francia paga i catechisti per far fare catechismo. Noi in parrocchia i soldi non li abbiamo). Tutto questo è già molto difficile. Estremamente difficile. Mi rendo conto che da qui il rapporto con la politica è molto distante. Organizzare la Gioc, mettere in piedi il gruppo scout, recuperare gli anziani che non vengono in chiesa perchè abitano lontano e non possono muoversi, pensare alla corale per coinvolgere qualcuno... se poi aggiungi un minimo di mensa per chi ha fame, un minimo di sportello per chi non ha documenti, ogni tanto incontrare i genitori per dire cose tipo “almeno di notte, spegnete la tv”. E' molto difficile pensare il rapporto con la politica da qui. Molto difficile passare da un quadro regolativo di perequazione della politica per gli ultimi a questo. Molto difficile. Molto molto difficile. Io non ho trovato soluzioni.

Ma è stata molto interessante l'esperienza della migrazione. È come un esodo. Io sono uno che ha in tasca il numero di telefono di praticamente la metà del governo di quelli di prima. E di 2-3 di quelli di adesso (rispetto all'Italia ndr). Non sono uno che non fa politica. Qui. Ma quando sono andato altrove, rispetto a lì, non ero più uno con il numero di telefono del ministro in tasca. E ho relativizzato la politica. Come la relativizza chiunque si impegni per il quartiere nel mio quartiere. Io sono cresciuto in un contesto in cui la politica era parte dell'orizzonte. Si fa un po' di protesta, si chiedono delle cose, si fanno proposte, si conosce, si dialoga. Per me arrivato lì è stato difficilissimo. Non ero più quello cresciuto dentro un sistema. Ero un normalissimo cittadino. E da normalissimo cittadino non ho trovato grandi piste per riallacciare i nessi tra ciò che vivevo e la politica. La sola cosa che ho trovato è stato prendere un po' sul serio le occasioni di shock che le persone vivono.

Da noi è stato il terrorismo. In Francia facciamo ogni anno un rapporto sul razzismo (in Italia no perchè non è stata data vita ad una analisi sistematica). In Francia il rapporto registra che l'ostilità verso l'islam si è abbassata dopo il 2015. E' inequivocabile che il tipo di risposta corale per dire “il terrorismo non è un problema dell'islam” abbia abbassato pregiudizi, rabbia e odio verso l'islam. Ci sono ancora molti stereotipi. Ma meno. Sappiamo che tra i cattolici non praticanti la percentuale di chi vota estrema destra è più alta che tra i non cattolici. Ma io non ho trovato, in parrocchia, chi vota estrema destra. Chi va in parrocchia non vota estrema destra. Cosa è importante di questo per me? Che c'è qualcosa che segna quella differenza. Questa azione sociale parcellizzata, umile, l'interrogarsi su cose piccole tipo “Bisogna fare o no i compiti con i bambini?” ha un suo peso nella vita delle persone. Quello che ho trovato è la capacità di fare un po' di conversazione di fronte agli shock.

Il papa, per la prima volta, sulla pedofilia si è indirizzato con una lettera ai credenti dicendo “il problema è andato fuori controllo”. Non al vescovo, suo rappresentante, ai credenti tutti. Dicendo: c'è un eccesso di clericalismo, la violenza è forte, per favore parlatene. Quel testo è stato fotocopiato. Distribuito fuori dalla chiesa. Per parlarne. Per condividere la sofferenza di chi si sente profondamente tradito dalle modalità di funzionamento della chiesa. Dall'ingiustizia interna alla chiesa. Questo gesto apre un discorso sulla gerarchia. Lo shock della pedofilia, grazie alla lettera, apre ad una conversazione sulla gerarchia. Come altri shock. Come il terrorismo ha aperto conversazioni sul razzismo, sulla convivenza, sulla rappresentanza politica. Alcuni shock sono generali. Altri shock sono legati a piccole cose locali. Il punto è la capacità di conversazione che aprono.

Il popolarismo che proponeva Ernesto è essenziale, ma è estremamente difficile che passi nei contesti difficili. E di sicuro non passa dall'illusione che l'azione sociale in sé riallacci con la politica. Certamente io, nella mia parrocchia, non sono capace di parlare del fatto che in Yemen sono morti 85.000 bambini per denutrizione e guerra. Io, nella mia parrocchia, non sono capace di riallacciare il rapporto virtuoso con il pacifismo in cui pure sono cresciuto. Non sono capace. Ma posso trovare qualcuno, che oggi non conosco, ma che qualcun altro conosce, per ripartire assieme dalle conversazioni.

Il mio nemico principale non è l'ideologia. Abbiamo scritto libri, col pre-politico e il politico. Il mio nemico principale è pensare che fare e comunicare siano due cose differenti, in democrazia. Nessuno guarda più il TG. Quello che racconto con i miei amici del cuore, che sono elite, mi tiene lontano dalla politica. Quello che io scambio, con i genitori di chi va a scuola con i miei figli è lontano dalla vita di altri. E la lontananza tra esperienze di vita, sullo stesso territorio, è enorme. Molto più lontano che tra oggi e gli anni 70. Le dinamiche delle separazione delle bolle sono talmente potenti che l'unica cosa che posso fare è un agire comunicativo.

Posso provare, nella mia parrocchia, a togliere i catechisti pagati e chiedere ai genitori di fare catechismo. Fare catechismo è difficile, nessuno dei genitori di oggi sa già farlo. Bisogna imparare. Se ho questa condizione, ho la necessità di stare un po' insieme, di comunicare, di conversare, di darci delle regole, di cercare qualcuno che oggi non c'è e che sa fare qualcosa. Quello mi serve.

Posso trasformare sedi associative che oggi fanno prevalentemente servizi in luoghi in cui si parla un pochettino di quello che si fa. Se non faccio questo, sono fottuto. Perchè non ho condivisione e non ho trasmissione. Il problema non è che l'organizzazione invecchia. Il problema è che se non riesco a mettere al centro il collasso assoluto tra fare e comunicare in politica oggi, sulla politica, sulle sfide democratiche, non riuscirò mai a dedicare del tempo a fare scelte dilemmatiche. Le associazioni, comprese le Acli, sono sempre a rischio di burn out. Tutti sono estremamente affaticati, la spinta valoriale è ancora estremamente forte, anche se il conflitto è forte in fondo anche con i reciproci poi ci si sostiene. Ma l'allargamento è consustanziale alla sfida di oggi in politica. Se non allargo l'aggregazione, non ci arrivo sull'odierno. E' difficilissimo aprirsi e conversare. E' così difficile che serve darsi una regola d'oro. Se faccio una mensa per i poveri, su 100 ore in cui faccio da mangiare, 20 ore devono essere di conversazione. E' difficile. Difficilissimo. Non abbiamo tempo. E più la situazione è estrema e meno c'è il tempo. Se io faccio la mensa e devo fermarmi per parlare, quella sera non posso fare la mensa. Vuol dire che quel giorno ci sarà gente che non riesce a mangiare. Io magari vedo un bambino di 11 anni, che viene agli scout, che vive in casa da solo. E che giorno lì non può far cena con gli altri. Posso non fare la mensa? Posso trovare il tempo per far conversare? Bisognerà trovare una famiglia che lo prenda a cena. Devo costruire la mediazione.Non è facile. Ma se non tengo lo spazio comunicativo, sono fottuto.

Il terzo settore ha completamente dismesso la sfida comunicativa. Non c'è più un'organizzazione che faccia un bollettino, un blog, un gruppo whatsapp per comunicare realmente. Qualche organizzazione UK (Oxfam, Action Aid, Save the children...) è venuta in Italia e ha portato la loro capacità comunicativa. Ma il terzo settore locale, non ha sviluppato niente. Non dico un canale tv. Non ha sviluppato regole di condotta che ripensino le conversazioni tra cittadini come qualcosa di importante.

In diversi paesi ci sono istituzioni democratiche in cui si è affermata una ideologia, che in effetti un po' sanguinaria, ma non è assurda. Una ideologia che ha una storia molto importante. Questa ideologia è una storia che si è affermata dappertutto. L'idea che per poter aiutarsi, per poter redistribuire, per poter proteggere, bisogna chiudere. Salvini, sabato scorso, ha fatto un capolavoro di questa ideologia. Ed ha usato il canovaccio del discorso di Steve Bannon preparato per Le Pen. Identico. Identico nell'impianto, in ogni passaggio, anche se si analizza con un software elettronico. La comunicazione di questa ideologia non è più quella che teneva la destra confinata dentro al 15%. Oggi è dire: “per lottare contro lo sfruttamento, la povertà e la precarietà non possiamo aprirci agli altri”. Non pensiamo che siano sciocchi o idioti. Si è tornati ad una forte ideologia che dice che la redistribuzione e la protezione sono possibili solo in un contesto di chiusura nazionalista. E il compito politico è il compito di indagare cosa vuol dire pensare al connubio tra nazionalismo e redistribuzione. E vedere quali siano i margini per riflettere su quello che fu il grande sogno di De Gasperi o di Monet. Di tenere un transnazionalismo (UE), incompiuto, inadatto, ma in cui comunque i parametri di libero scambio con il Giappone sono il massimo di tutela dei lavoratori su un campo di 600 milioni di persone.

Se noi pensiamo, a partire dalla pratica delle nostre organizzazioni, di poter tenere in termini di chiusura, non potremo mai riflettere su come si fa un modello altro. Un modello personalista, umanista, che prende integralmente la persona, che non dice che lei è meglio di me. Questo vecchio sogno cattolico dell'universalismo è in crisi totale, dappertutto. Non è una crisi congiunturale. E' una crisi strutturale. Perchè chi ha costruito un modello di apertura non è stato capace di dare conto delle ragioni del proprio agire e degli effetti del proprio agire. Le persone chiedono coerenza ed efficacia. Chi pensa di poter essere efficace chiudendo è capace di dirlo in maniera forte ed è capace di creare conversazioni su questo.


Non serve andare dietro su tutto quello che dicono. Servirebbe imporre altri temi. Ma anche a livello di quartiere o della vostra cittadina, villaggio, paese.... Il punto è se noi abbiamo elementi di coerenza che facciano intuire (nella forma esperita, nel nostro corpo, con modalità di fare) la possibilità di coniugare trasnazionalismo e costruzione progressiva di inclusione. (Come abbiamo progressivamente fatto, più verso est che verso sud, verso il sud dando il peggio di noi). Se non ritroviamo forme coerenti al nostro interno che possano stabilire modalità di fare dei nessi tra apertura e redistribuzione, non riusciremo mai a parlare delle cose difficili della politica.

Abbiamo bisogno di una riflessione su come facciamo conversazione, aprendo ogni volta a un nuovo in più. Uno nuovo. Non importa se è nuovo per genere, nuovo per età, uno nuovo. Se non diamo coerenza tra la forma dell'attività e la forma comunicativa, noi la sfida la perderemo sempre e non rifaremo mai il popolarismo di cui siamo non solo tradizione ma anche speranza.

Io penso che le cose siano un po' gravi in questo momento e penso che non abbiamo bisogno di informare. Non abbiamo bisogno di un emittente che fa un buon prodotto (intervista, tweet o video che sia). Penso che non sia questa la posta in gioco. Penso che ci siano diversi livelli e diverse responsabilità. Ci sono le grandi responsabilità dei nazionali che sono prospettiche, che riguardano le condizioni stesse di una cultura politica improntata ai valori cristiani. E ci sono le responsabilità di chi sta sui territori, lì per me il problema non è l'informazione. Il problema è molto umile. Il problema è il fatto che i territori si stanno chiudendo, si sono già molto chiusi. Da sempre in Italia è bassissima la partecipazione associativa. Un filo meno al nord. Ma tutte le organizzazioni di terzo settore oggi sono in difficoltà. E' residuale il numero di persone che partecipa. Il problema della comunicazione non è avere un emittente che dà una informazione ad un soggetto ricevente che la riceve. Oggi avere questa cosa non è che... “intanto almeno questo” non è “avere già questo sarebbe grasso che cola”. Oggi questa cosa qui è controproduttiva. Oggi il problema è darsi la regola, ferrea, di ricavare del tempo per creare occasione di comunicazione. Oggi il problema è parlarsi. Quale che sia il fare. Se anche il fare fosse il bar del circolo e la discussione fosse per decidere se il cappuccio e cornetto deve passare da 1 euro e 10 a 1 euro 20. Non è importante quale sia l'oggetto. L'importante è creare le condizioni di spazio democratico per discuterlo assieme e per significarlo. Dato quello che è successo alla politica, il nostro fare è importante solo se attiva spazi di conversazione e riflessione. E questa cosa, gli spazi di conversazione e riflessione su ciò che facciamo, sono importanti solo se hanno un criterio di apertura. Solo se, rispetto al “noi” c'è almeno 1 in più. Più uno. Se non c'è questo, non c'è tecnica che salvi. E quell'operazione importante che lui dice, che è cruciale, non la facciamo con le newsletter. La facciamo con il fare e sul fare. La facciamo sul gesto, in cui il nostro corpo c'è, con occasioni di conversazioni che partano dal fare e siano inclusive. 

Poi si pone il problema della tecnica. Ma il fatto che il terzo settore abbia dismesso le funzioni di comunicazione e non abbia approfittato delle nuove tecnologie, non può essere affrontato solo con la formazione. Come faccio ad imparare a fare messaggi che altri capiscano? Posso pagare qualcuno, che mi spiega le regole. Lo posso fare. Posso imparare. Però non sta lì il punto. Il problema non è informare bene. Il punto è se arrivi, sulle cose importanti che fai, ad avere al tuo interno quella persona in più che sa fare la cosa di cui hai bisogno. E lo riesce a fare solo perchè è immersa, con te, in una conversazione verace. In una modalità che non le chieda troppo tempo. È finita la fase in cui devi chiedere tutta la vita all'altro. La proposta deve restare umana nella tempistica. Se questa persona non ce l'hai già, io ti consiglio di non imparare. Perchè l'unica cosa che può metterti in una dinamica inclusiva è lo shock di chi ti dice “Chi cavolo se ne frega di quello che mi dici!”.

Il passaggio, a livello mondiale, ad una articolazione che dà valore alla chiusura nazionalista come precondizione per la solidarietà, non è cosa da poco. Perchè la stanno pagando gli ultimi. Di fronte a questo, io credo che una piccola riflessione su come usiamo in generale i feedback che riceviamo dalla realtà sia importante. Ci sono sempre due atteggiamenti possibili di fronte ad un feedback. Oggi arrivano molti feedback dai cittadini alle organizzazioni intermedie, questi vengono recepiti per chiudersi e confermarsi o per mettersi in discussione? E' anche un vecchio dibattito teologico molto importante. Per cosa leggiamo il Vangelo? Per dirci che siamo molto bravi o per invalidare qualcosa di noi, non negli obiettivi, nei modi. Se oggi siamo di fronte a manifestazione di massa che se la prendono contro la bontà, contro il rispetto della persona, contro l'aiuto... io penso che, dentro una democrazia, questi siano feedback fortissimi che ci vengono. Esattamente come tutti i feedback li possiamo prendere per dire: loro non capiscono. O dire: riprendiamo l'evangelizzazione. Evidentemente dobbiamo trovare modalità di avere una conversazione e un agire comunicativo che ci permetta di discutere.

Quanto tempo ci vorrà? Dipende se ci collochiamo più dal lato della tragedia o dal lato della speranza. La mia preoccupazione è che il terzo settore non sbandi troppo né sulla comunicazione né su rapporto con la politica. A fronte del fatto che il contesto oggi è molto poco favorevole ai corpi intermedi, io non so dire tra quanto, non so dire se tornerà un tempo favorevole. So dire che oggi mi sembra importante partire subito a praticare con coerenza forme organizzative che testimonino dove sono le poste in gioco dei valori cristiani. Non solo gesti, ma modi di fare gesti che creino conversazione su quei valori. Non so dire quando funzionerà, se funzionerà. So dire che voglio partire oggi. Se questa cosa succederà, se il terzo settore riuscirà a darsi respiro associativo non lo so. Se troverà forme inclusive per parlare a un gruppo più largo non lo so. La maggior parte delle organizzazioni hanno una conversazione collassata al proprio interno. Il che non è nemmeno malissimo. Altre non hanno più conversazione. E' successo in tanti paesi. Si trovano modalità organizzative per cui si frammentano le cose da fare, si redistribuisce, vengono fatte, non si parla su come si fa e non si parla all'esterno di ciò che si fa. Io penso che non dobbiamo chiederci quando tornerà o se ce la faremo. Non dobbiamo nemmeno dirci che ce la dobbiamo fare per forza. Dobbiamo ragionare sul fatto che possiamo ri-esplorare la possibilità di fare le cose in un modo diverso che sia coerente con la vocazione democratica che l'associazionismo ha. Ce la faremo, non ce la faremo... Io non sono una persona che vuole sottovalutare quanto è dura. Credo vada fatto. Credo sia appassionante, sia attuale, non sia da sfigati. Sicuramente è dura. Sicuramente la riduzione della capacità di conversazione è stata molto, molto, molto importante. E non è una questione solo degli ultimi anni. Viene da più lontano. Dopo il referendum di Renzi la capacità aggregativa del terzo settore (misurata con sondaggio) è un po' aumentata. Le forme associative, nel loro insieme, oggi coinvolgono l'impegno di più persone. Quello che è andato molto molto molto male è successo prima. E ha portato alla incapacità di presenza, di inclusione, di conversazione sui temi. Se si confermano i dati, siamo già in una fase di ripresa di presenza. Soprattutto nelle attività molto radicate sui territori. Questo è un segnale che va letto. Non come dire “Ci siamo, siamo a posto” ma come segnale per nutrire la speranza di fronte ad una situazione che resta molto molto molto dura. 


Tommaso Vitale al percorso per animatori politici Acli. Appunti non rivisti dall'autore. 

mercoledì 22 maggio 2019

Spaesamento, simboli e segni



Trovarsi a piedi nudi e capo coperto. A fianco, ma distinti, con una comunità che prega, usando propri codici, simboli, segni e riti. E' un'esperienza che produce spaesamento. E' una sensazione mista di scomodità e fascino, che permette di attivare nuove comprensioni e nuove ricostruzioni. Per costruire, c'è bisogno di decostruire. Per decostruire c'è bisogno di incontrare. L'abbiamo detto tante volte. 

Hamid Saydawi (Federazione Islamica del Lazio) ci ha presentato il tempo e il luogo: 
Siamo nel mese sacro. In cui siamo chiamati a fare digiuno dal piacere, mangiare, bere.
E' uno sforzo, anche fisico, ma non solo.

L'uomo ha bisogno di 3 elementi per vivere: cibo, acqua, respiro.Il digiuno serve per liberarsi da tutte le cose che si sono sedimentate dentro di noi durante l'anno.Noi immagazziniamo e non tutto ciò che assorbiamo viene smaltito nel quotidiano. Una parte resta dentro. Il periodo del Ramadan è un periodo che serve per liberarsi dalle scorie di tutti i tipi. E' una forma di purificazione del dentro.  
Per 30 giorni. Un periodo non breve. Ti astieni da due degli elementi che sono essenziali per vivere: cibo e acqua. E mantieni il respiro. Respiri aria, energia e reciti il Corano. Fai entrare aria pulita, energia pulita e energia positiva, con il Corano. 
E' un modo per purificare. E per ricaricare. Per smaltire l'accumulo. Alcuni sono esonerati da questa richiesta: i malati, le persone in viaggio e le donne nel periodo della mestruazione o in gravidanza o che allattano. 
Chi viaggia ha bisogno di tutta l'energia per confrontarsi con il viaggio.In viaggio si consuma energia. Il viaggio è distacco dal legame con la casa, con la famiglia, con i propri beni e con le proprie abitudini e sicurezze. Quando viaggi c'è un lavoro di distacco da tutto questo. Che è un consumo di energia. Non solo fisica. Anche interna. Per questo chi è in viaggio può mangiare. 
Chi è malato ha un microbo che si sta impossessando del suo corpo. Ha una battaglia in corso. Per cui deve usare tutte le energie per difendersi. Anche con le medicine. E anche con il cibo e l'acqua, che sono anche una forma di medicina e di energia. 
Le donne quando stanno allattando o quando hanno le mestruazioni o sono in gravidanza. Perchè sono in una fase in cui il loro corpo sta già facendo un lavoro. E serve energia da recuperare. Non è il momento di disperdere energia. Possono recuperare in un altro momento.  
Il Ramadan è anche nutrirsi del Corano. E' il periodo per perdonare, dimenticare, lasciare andare.Perchè c'è bisogno di uno spirito nuovo per partire. Non si può portarsi tutto appresso sempre. Ci appesantisce. E' anche il periodo in cui si accentuano le donazioni, la generosità. E il periodo della spiritualità.  
Siamo tutti diversi. Ma la vita è diversità. L'umano, senza diversità, che vita è?Come se la vita non avesse l'alternanza di giorno e notte. Solo con la notte o solo con il giorno, che vita sarebbe? Sarebbe una vitaccia. 
C'è un equilibrio che Dio ha messo nella vita.Ciò che c'è dentro di noi e ciò che c'è fuori. Tutto fa parte della nostra vita. Il bene e il male. Tutto fa parte della nostra vita. Dio ci dona questo equilibrio e la libertà.Dà la possibilità a tutti di fare quello che devono fare. Ogni giorno. Poi verrà il giorno del giudizio. In cui ognuno pagherà o sarà ricompensato. O altro che non sappiamo. Sappiamo che Dio è Salam. Salam è pace. 

Ascolto, osservo, "sento". E tutto risuona meno estraneo di quanto sembri. Essere donna in un luogo di uomini. Ammessa comunque, in quanto ospite e "straniera". E' qualcosa che mi riporta al Kosovo. E all'assaporare la capacità altrui di ospitalità. Una competenza intensa e profonda, sempre nettamente riconosciuta con gratitudine, mai saputa imparare.  

Ma qui, forse per la prima volta, parlo con il velo in testa ad altri "ospiti" come me. E sento il filo invisibile che mi lega alle altre donne di quel cerchio. Quel filo di distanza provvisoria dagli uomini, che mentre ci ascoltano non sperimentano il nostro disagio nel porci con un'immagine altra dal solito. E che quindi forse, oggi, hanno un'opportunità di apprendimento in meno di noi. 

Parliamo di Roma, in cerchio, avvicinandoci, seduti a terra, per sentirci meglio. Ci interrompiamo per la rottura del digiuno. E sarà il velo in testa, sarà il sapore del cous cous o (ancora di più) la freschezza rigenerante dell'anguria, ma sento che mangiare senza digiunare è qualcosa di monco. Il digiuno è qualcosa di presente in tutte le tradizioni religiose. Ed è un elemento fondamentale anche delle lotte nonviolente. Chissà perchè, nella tradizione cristiana di oggi e nella dimensione politica è (quasi) sostanzialmente sparito. Non so se colgo il punto, ma mi viene in mente la differenza tra il ricorso ai segni e la sperimentazione dell'esperienza. I segni passano o smettono di trasmettere. Le esperienze restano e mantengono la capacità simbolica. 

I segni sono generalizzazioni, concetti universali, indicatori che puntano ad un particolare significato. Dicono esattamente ciò che si vuole che dicano. Non colgono e non riescono a trasmettere tutto il vissuto dell'esperienza percettiva e conoscitiva. L'essere umano invece, attraverso l'esperienza, richiama codici meno precisi ma più profondi, che non si fermano solo al livello  razionale ma in qualche modo connettono il vissuto esperienziale con quello emotivo e quello spirituale.

Ecco, uno dei limiti della politica e dell'esperienza religiosa, oggi, è forse l'astrattezza e l'accessorietà. Ed uno dei bisogni è recuperare (strettamente connesse tra loro) spiritualità e concretezza. Ed  il  senso dell'indispensabile. C'è bisogno di esperienze da vivere che muovano da un'urgenza, che vadano sui fondamentali, che permettano l'incontro tra diversi e che sappiano (senza che questo passi necessariamente dalle parole) tradursi in spiragli di nuove comprensioni.

Sono suggestioni momentanee, confuse e connesse a molto altro.  Non so se è stato realmente così per tutti. E non solo perchè io qui sono stata "l'altro" e per pochissimo. E' anche che non credo esistano segni "in sé" assolutamente simbolici. L'attribuzione del significato è sempre personale. E ad ogni persona è chiesto di sviluppare con intenzionalità quella che in fondo è una competenza di base. Vediamo...

Riflessioni sparse, a margine dell'incontro cittadino sul Community Organizing presso la Moschea di Omar, dell'associazione Addawa, a Roma.  


domenica 19 maggio 2019

La presunta rabbia dei soci




Dopo la fine delle missioni pubbliche di soccorso, c'è stato chi ha deciso che non si poteva non provare ad intervenire. Ma per attrezzare una nave e tenerla in mare per svolgere azioni di monitoraggio ed eventuale soccorso servono fondi.

Banca Etica ha partecipato alla ricerca fondi. Dando disponibilità di uno scoperto sul conto. Con supporto nell'attività di crowdfunding. E con tutoraggio per gli aspetti economici dell'operazione.

Ad un certo punto alcuni giornali hanno iniziato a diffondere la notizia di uno scontento tra soci correntisti della Banca,  con malcontento e recriminazioni. E rabbia e minacce di chiudere i conti.

Ecco, domenica in Assemblea questo è stato uno dei primi punti su cui ci si è espressi.

Risultato: 97% favorevoli.
Tra questi, anche la sottoscritta, collegata online, votando senza dubbio e con soddisfazione.