giovedì 9 febbraio 2017

La lettera

Eravamo una società costruita sul lavoro.
Il lavoro era il modo per stare nel mondo.

Per mantenersi, ma anche per socializzare. Per rapportarsi. Per sentire di avere un posto ed un senso. Per scandire il passare del tempo: essere piccoli, studiare, per prepararsi al lavoro. 
Iniziare a lavorare, migliorare, imparare, crescere, mettere da parte per dopo.
Invecchiare, lasciare il lavoro, potersi godere il riposo. 

Gli esclusi e gli sfruttati ci sono sempre stati.
Ma c'era un senso complessivo che teneva assieme i momenti e le cose. 

Oggi non si sa più su cosa siamo costruiti.
Oggi il lavoro è il nodo irrisolto. 

Oggi la gente muore perché non trova lavoro. Ma in primo luogo perché non trovando lavoro non trova più senso nel vivere.

A volte solo nel morire (uccidendo o denunciando) trova un senso. Ed attenzione.
A volte muore perché teme di non poter più gestire la rabbia. E muore per non uccidere.
A volte uccide. 

Oppure non uccide, non muore. Ma vive male.
Piena di disagio. Ed il disagio è una tossina che intossica. E le intossicazioni uccidono. Solo in modo più lento. 

Il lavoro era un perno.
Assieme al territorio. 
E ad un senso del tempo. 

Ripartiamo da qui, per uscirne vivi.