domenica 16 luglio 2017

24. Stare eretti - Laura Boella


Abbiamo ancora addosso l’ombra delle grandi catastrofi storico-politiche. Del totalitarismo. 
Siamo anche in un'epoca in cui dobbiamo restituire dignità alla capacità di agire, proprio perché è diffusa  la sensazione di impotenza. 

Dobbiamo re-imparare a mettere in rapporto gli avvenimenti storici politici, il progresso, la conoscenza e la vita vissuta. E’ un problema di interazione tra tutte le nostre capacità sia cognitive che emotive. 

Il tema della responsabilità è uno di temi più fecondi nella riflessione etica contemporanea. L’esito di questa riflessione ha avuto contributi importanti. Oggi noi sappiamo di essere tutti titolari di una responsabilità originaria, precedente a qualsiasi decisione o scelta. Una responsabilità che deriva dall’incontro con l’altro, dall’impossibilità di non rispondere al suo appello. Levinas. 

Siamo anche stati messi di fronte alla unicità e insostituibilità dell’io che deve farsene carico. Anche se noi, invece di sentirci soggetti autonomi, ci riconosciamo soggetti in relazione, legati agli altri, direttamente interpellati dagli altri. Ci riconosciamo immersi in un campo di forze sottratte al nostro controllo diretto. Forze determinate anche dalle dimensioni etniche e culturali.
Nella nostra identità entrano molti elementi che hanno anche poco a vedere con le nostre scelte.

Tutto questo potrebbe espropriarci da qualsiasi intervento sulla realtà. 


Parlare di responsabilità ci conduce al fatto che noi ci siamo, che siamo fatti di processi sottratti al nostro controllo, di appartenenze non scelte e non volute, ma in ogni caso rispondiamo. Quindi ci facciamo carico della fragilità di esseri altri che hanno bisogno di cura, ci facciamo carico della sopravvivenza del mondo e dell’aria. E’ noto che questo tipo di responsabilità è praticamente illimitata, siamo responsabili di popolazioni e persone il cui volto non vedremo mai. Questo tipo di responsabilità può essere un carico molto pesante e sfuggente. Questo può provocare fatalismo  e senso di impotenza. Ricoeur dice che la proliferazione degli usi del termine responsabilità è tale da renderlo un fardello. Hanna Arendt scrive che quando tutti sono responsabili nessuno più è responsabile.

Noi abbiamo la responsabilità di capire come essere presenti al proprio tempo. 

Una fetta di pensiero del 900 è fatta di pensatori eretici. Il modello di una responsabilità che propongono è legato alla presenza al proprio tempo, potrebbe essere chiamato coraggio di esserci. Non l’eroe in battaglia che sconfigge il nemico. Ma la maestra di scuola.  
La responsabilità come presenza al proprio tempo propone un rapporto completamente diverso tra gli accadimenti storici e politici e la scienza e la vita vissuta. Noi oggi sappiamo che la globalizzazione ci passa sulla testa, la finanza mondiale vive negli uffici di non so dove, tutto scorre e fluisce in rete, il singolo dove sta? Come facciamo esperienza di tutto questo? La presenza al proprio tempo è un modello alternativo di esserci. 

Posture e movimenti corporei incarnati in un singolo che non nega la sua appartenenza

Mettersi al centro della contraddizione che oggi esiste, tra comportamenti individuali e processi macro e processi psichici. 





Immagine dell'avvocato che abbraccia l’attivista del partito della alleanza socialista popolare, ferita a morte da un proiettile di gomma sparato da poliziottoo in protesta pacifica. Al Cairo. La marcia dei fiori. Lei è in piedi, sanguinante. L’uomo che la abbraccia è in ginocchio,  sta cercando di portarla in salvo. il poliziotto è a pochi metri. Il resoconto ufficiale dice che ha sparato accidentalmente.  

E' una scena moderna di compassione. Recentissima variazione del tema del buon samaritano. Nell’iconografia il buon samaritano si china sul corpo steso, ferito dai predoni. Qui si piega in ginocchio per tenere in piedi diritta la vittima. Lei è ferita gravemente, sanguina, ma sta in piedi. Sostenuta da lui, in ginocchio. Cosa avviene in questo abbraccio? Va oltre il nesso attività di soccorso, passività, sofferenza. 

Significa che la storia di lui e la storia di lei non vengono contratte nel punto in cui vita e morte, patimento e compassione si incontrano. Ma la loro storia ci viene suggerita, con un significato più ampio. 
Nel loro abbraccio si legano due vite, due forze. Non solo la condotta individuale di aiuo. La lotta, la commemorazione, il rischio assunto in prima persona. 

Lei non aveva voluto scappare. Aveva solo paura per il figlio di 6 anni. Chi chiese aiuto alla polizia fu arrestato. Non ci parla solo d aiuto ma di toccarsi con la violenza di un giovane poliziotto, preterintenzionale. E’ la foto di una contraddizione. L’individuoo in relazione, che risponde all’altro, secondo il modello della compassione. Immersi in potere, guerra, politica che negano il prendersi cura dell’altro. 

Gazi park - 2013. Il regime voleva distruggere un parco per fare un centro commerciale.



Non è una scena di compassione. E’ un ritratto, che trovo per nulla convenzionale, di uno dei canoni dell'etica classica: la rettitudine. Incedere nella postura eretta. E' caratteristica della specie umana. C’è chi ha attaccato violentemente la fonte dell’etica della rettitudine, io sono in disaccordo. La rettitudine dal punto di vista etico vuol dire stare dritti, stare eretti. E' vero che la rettitudine dipende da se questo stare diritti è solo un precetto autoritario, perbenista, o se è qualcosa di diverso. Ma l'ampiezza dello stare eretti non è limitata. C’è una lingua, il ceco, che al verbo stare eretti aggiunge anche il senso di prendere le parti e di stare accanto.  

Questa ragazza sta in piedi, ferma, sotto l’idrante. Le storie raccontano che va in un bar, si asciuga, torna fuori e si ribecca l’idrante che la bagna completamente. Lei è stata ferma. non è scappata. E’ normale scappare di fronte all’idrante. Ma la ragazza con il vestito rosso resta in piedi, sotto il getto dell’idrante. La postura eretta è fondamentale per l’essere umano. Manifesta tutto il suo carattere liberatrio. Non è solo un gesto solo eroico individualistico. Io non leggo esibizionismo in questo stare ferma diritta. E’ quello che un grande filosofo che ebbe esperienze politiche importanti, nel momento in cui dalla DDR si trasferisce in repubblica federale, scrive un libro dedicato alla postura dell’incedere eretti. Che è difesa dei diritti soggettivi, libertà di pensiero, di espressione, di movimento. 
La postura dello stare in piedi ed incedere eretti è emblema del non voler essere trattati come cani. 

Stare fermo e diritto. L’istinto di fuga è umano. Stare fermi vuol dire anche non agitarsi. Oggi siamo in abitudine di toglierci immediatamente dalle situazioni imbarazzanti e difficili. Invece sto fermo. non cedo alla paura, non sfuggo all'imbarazzo. 
C’è un incrocio tra propria singolarità e ciò che accade. Tra la propria storia e la Storia. 
La polizia, l’idrante, il vestito rosso e il fallimento della rivoluzione. 

Viviamo nelle contraddizioni. Queste non dovrebbero essere qualcosa che ci schiaccia, ma qualcosa che ci parla. 

Si potrebbe dire, quante immagini sono state virali come queste, ma poi sono state sostituite. 
In rete ci sono entusiasmi ed emozioni istantanee che poi svaniscono. 
Vero, ma questo non legittima la loro riduzione a mera realtà virtuale. Non tutto ciò che gira online è virtuale. 
Qui si tratta di documenti. che ci chiedono uno sforzo di attenzione. Se ciò che ispirano è solo compassione da lontano, lo sappiamo, la compassione remota è un'emozione che ha un picco. Ed una durata limitata. 
Sappiamo che è facile la compassione da lontano. Ma questi sono documenti. Ci dicono cosa sta accadendo. Sta a noi guardarli con questa attenzione. 

Nella realtà non è in questione l’antitesi altruismo-egoismo. C’è una esperienza in prima persna. C’è un esserci lì, in quel luogo preciso, in una piazza. ma può esser altro luogo. in presenza, con il corpo e con la mente. E in quel punto c'è un punto di incrocio, che è un punto di contatto con il potere, con la violenza, con la distruttività. E' in quel punto di incrocio che si può riscrivere l’agire. 

Siamo invitati a riscoprire l’eccezionalità e l’urgenza nella nostra normalità. La nostra normalità ci pone tutti i giorni di fronte situazioni impreviste. Non ci ammazzano, non ci mettono in prigione, non ci minacciano il lager. Ma sono quotidiane le situazioni in cui la sicurezza del nostro ruolo e del nostro sapere oscilla. E’ stato molto difficile integrare nella mia vita, ma soprattutto ponendomi il problema di comunicarlo ai miei nipoti, l’attentato a Manchester. Ad un bambino come si fa a comunicare in modo non disastroso e non terrificante ciò che è accaduto?  Una improvvisa crisi finanziaria. Un repentino mutamento della scena politica. Sono tutti avvenimenti che scuotono le nostre certezze. Queste minimi spostamenti, spesso imprevisti e imprevedibili rispetto al nostro ruolo e alle nostre professioni ed attività, creano l'eccezionalità e l'urgenza che io formulo; ci pongono nel centro di una contraddizione.  

Oguno di noi sta al centro di una contraddizione e di disparità tra forze impersonali e la propria limitata esperienza intellettuale ed esistenziale. In questa posizione uno può pensare di essere completamente schiacciato. Molti pensano di poter sopravvivere confinandosi entro il proprio orto, ben munito da forti barriere protettive. Barriere derivanti dal reddito, dal gruppo, dal ruolo e dalle complicità con chi detiene il potere. Ma c'è un'altra possibilità. La possibilità  di avere il coraggio di riconoscere di essere il bersaglio. Di ammettere che quelle forze non passano sopra la testa, ma dentro di noi. 

Parlare solo di finanza globale, organismi internazionali, sistema, è come dire di  non poterci farci nulla. ISono tutte modalità de-responsabilizzanti. Noi dobbiamo ammettere che queste forze sono puntate, come il fucile preterintenzionalele, come l’idrante, contro di noi. Fanno parte a pieno titolo della nostra esperienza vissuta. Determinano i movimenti del nostro corpo. Se scappare, se chiuderci in casa, se evitare rischi e pericoli o se andre in piazza. 

Prendere parola, parlare in una assemblea, in un organo, in un consiglio di facoltà, in uno staff. Fare ciò che si pensa giusto anche se si è minoranza della minoranza. Stare eretti in situazione. 

Siamo abituati a pensare come se il web fosse un mondo altro. Come se il bullismo nel web non avesse connessioni nel mondo reale. Il web non è un mondo altro. Il mio insulto sul web è come l'insulto per strada. Non ha un altro statuto, un'altra consistenza. 
Il web è annodato nella nostra vita quotidiana. Non è altrove. Chi ha il coraggio di ammettere questo ha il coraggio di riconoscere la possibilità di esserci. Esserci è esercitare, con la sola propria esistenza. con la sola presenza corporea, con la sola postura, una forza di contrasto. Una forza che non lascia vuoto. Una forza che riempie il divario tra il singolo e il mondo. Siamo tutti preoccupati e inquietati per questo vuoto tra le nostre vite e il mondo. Esserci è un modo per non lasciare il vuoto. 

La responsabilità è drammatica perchè implica un rovesciamento della passività naturale. Un rovesciamento di tutti quegli elementi non governabili, non scelti, non voluti. Che vanno dal neurobiologico alle appartenenze etniche e culturali. La presenza al proprio tempo implica il viversi non come un elemento della massa degli utenti dei social network. Non come uno della migliaia di acquirenti. Neppure come pura vittima della burocrazia europea. Esserci vuol dire viversi come colui o colei le cui emozioni sono attraversate da questi processi. Restando in piedi. 

Restare eretti è già, di per sé, una libertà incarnata. Già un modo di stare al mondo. 
Una libertà incarnata in un soggetto che sa di essere al centro della contraddizione. 
Che ammette di essere esposto all’urto con qualcosa che potrebbe schiacciarlo. 
Un soggetto che non si farà irretire dalla promessa di condivisione e di comunità di destino che i media propongono legandola all'idea della partecipazione alle emozioni collettive.

Restare eretti è comunque interrompere le sequenze causali.
La scelta è sempre del singolo.
Non sottrarsi cambia le regole. Anche per gli altri.
Permette di passare da spettatore a protagonista.

Per restare eretti oggi è essenziale credere un po' meno alla infinità e alla immaterialità della rete.
I flussi della rete devono materializzarsi da qualche parte.
La rete non è il puro flusso di qualcosa di inafferrabile.
La rete passa da luoghi ed oggetti fisici. Ed ha ricadute reali.